5 Agosto 2021, giovedì
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Biden e il richiamo a Lincoln: l’America che verrà

L’insediamento del presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha avuto luogo in una Washington blindata come non mai e con la pesante assenza di Donald Trump dal palco infliggendo in tal modo un nuovo attentato al regolare funzionamento del sistema democratico, che non vive solo di leggi, ma anche di simboli. Il discorso di Biden ha ricordato a molti quello del suo predecessore Abramo Lincoln, che del resto il nuovo commander-in-chief ha citato: un presidente che visse la più profonda e drammatica crisi interna americana, la guerra civile tra Unionisti e Confederati. Tuttavia, come già Lincoln, anche Biden ha sentito la necessità di ricostruire l’unità del Paese per affrontare le gravissime sfide che ha difronte, prima di tutto la pandemia, che ha già provocato più morti americani di quanti ne provocò la Seconda Guerra Mondiale.

Biden potrebbe essere il miglior presidente possibile per riannodare il filo delle grandi politiche multilaterali, per avviare un dialogo positivo con gli alleati e per condurre una politica di controllo e riduzione dei conflitti. Tuttavia, gli Stati Uniti oggi non hanno né il tempo né le risorse per impegnarsi a fondo nella costruzione di nuovi equilibri internazionali attorno alla loro leadership. Molti esponenti della nuova amministrazione hanno sottolineato la loro volontà di rilanciare una lega delle democrazie di fronte al rafforzarsi e all’espandersi dei regimi totalitari, Cina e Russia in testa, ma allo stesso tempo, però, essi non sembrano intenzionati ad assumere nuovi impegni in Medio Oriente, in Afghanistan e nelle altre aree di conflitto.

Il rapporto con la Cina, in primo luogo, che già vede posizioni diverse all’interno dell’Unione europea, potrebbe assumere una rilevanza particolare se l’Europa non chiarirà meglio quali saranno i limiti politici e strategici del suo rapporto economico e commerciale con il gigante asiatico.

Potrebbe rivelarsi meno problematica la questione di come gestire le relazioni con la Russia, ma la necessità di compensare il vuoto lasciato dal parziale ritiro americano dal Medio Oriente peserà sui rapporti transatlantici, riportando in primo piano la questione di un maggiore impegno e maggiori spese europee per la difesa e per la gestione delle crisi.

Il dialogo tra Europa e Stati Uniti sarà più facile che con Trump, questo è evidente, ma le problematiche da affrontare resteranno difficili.

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