24 Ottobre 2026, sabato
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Ora solare, torna l’ora del buio anticipato: lancette indietro, ma il vero nodo è l’utilità del cambio

Nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre l’Italia archivia l’ora legale: alle 3 gli orologi torneranno alle 2. Un’ora di sonno in più, almeno sulla carta, ma anche pomeriggi più brevi e serate che si consumeranno prima. Mentre milioni di dispositivi si aggiorneranno automaticamente, in Europa resta irrisolta una questione che si trascina da anni: ha ancora senso cambiare l’orario due volte all’anno?

A cura di Daniele Cappa

Il rito si ripete puntuale, quasi fosse un appuntamento al quale non è consentito sottrarsi. L’autunno avanza, le giornate si accorciano e, con l’ultima domenica di ottobre, torna l’ora solare. Nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026, alle 3 del mattino, le lancette dovranno essere spostate indietro di sessanta minuti, riportando gli orologi alle 2. Per una notte, almeno, il tempo sembrerà concederci una piccola tregua: si potrà dormire un’ora in più, mentre chi lavora durante il turno notturno dovrà fare i conti con un’ora aggiuntiva di servizio.

Un’operazione semplice, almeno nella sua esecuzione, che ogni anno riporta al centro una discussione tutt’altro che marginale. Il cambio dell’ora appartiene infatti a quella categoria di abitudini collettive che sopravvivono alla loro epoca, alimentate dalla forza dell’automatismo e dalla difficoltà della politica di trasformare un orientamento condiviso in una decisione definitiva. Le lancette si muoveranno ancora una volta, dunque. La domanda, però, è se debba continuare a farlo anche il calendario.

Un’ora in più al mattino, una in meno alla sera

Il passaggio dall’ora legale a quella solare non modifica la quantità di luce disponibile nell’arco della giornata. Cambia, piuttosto, il modo in cui le ore di illuminazione naturale si distribuiscono rispetto all’orario convenzionale seguito dalla società.

Con il ritorno all’ora solare, il sole sorgerà e tramonterà prima secondo l’ora ufficiale. Le mattine saranno inizialmente più luminose, mentre nel pomeriggio il buio arriverà con maggiore anticipo. È il risultato più immediatamente percepibile del cambiamento, quello che incide sulla routine di chi esce presto per andare al lavoro, accompagna i figli a scuola, si sposta con i mezzi pubblici o pratica attività all’aperto dopo una giornata trascorsa in ufficio.

La differenza non è soltanto astronomica. La luce del mattino accompagna il risveglio e l’inizio delle attività, mentre quella del tardo pomeriggio condiziona il tempo libero, lo sport, gli acquisti e la possibilità di trascorrere qualche ora all’aperto. Per molti, il ritorno all’ora solare coincide quindi con la sensazione concreta che la giornata lavorativa finisca quando fuori è già sera.

Non bisogna, tuttavia, confondere l’effetto del cambio d’orario con quello dell’avanzare della stagione. Le giornate si accorciano perché, con il passaggio dall’estate all’inverno, cambia progressivamente la durata dell’illuminazione naturale alle nostre latitudini. Lo spostamento delle lancette non crea né elimina luce: ne modifica la collocazione sull’orologio.

È una distinzione essenziale per comprendere il senso della misura. L’ora solare non comporta una riduzione del numero complessivo di ore di luce, ma anticipa l’intero ciclo quotidiano rispetto agli orari ai quali siamo abituati.

Come cambiare l’ora senza complicazioni

Per la maggior parte delle persone, il passaggio avverrà senza alcun intervento. Smartphone, tablet, computer, smartwatch e molti altri dispositivi connessi aggiornano automaticamente l’orario, purché siano configurati correttamente e dispongano delle impostazioni necessarie.

Diverso il caso degli orologi analogici, di quelli da parete e di alcuni apparecchi elettronici non collegati alla rete. In queste situazioni sarà necessario intervenire manualmente, ricordando la regola più semplice: alle 3 si torna alle 2.

Il consiglio è di verificare anche gli orologi di automobili, forni, sveglie tradizionali e dispositivi domestici che non si aggiornano autonomamente. Un controllo apparentemente banale può evitare ritardi e disguidi nella prima mattina della nuova settimana.

Il calendario, del resto, non lascia spazio a interpretazioni: nel 2026 l’ultima domenica di ottobre cade il giorno 25. Il ritorno all’ora solare è quindi previsto nella notte precedente, tra sabato 24 e domenica 25 ottobre. L’orario resterà in vigore fino all’ultimo fine settimana di marzo 2027, quando è programmato il successivo passaggio all’ora legale, salvo eventuali modifiche normative.

Il sonno e l’adattamento al nuovo ritmo

Il cambio dell’ora viene spesso presentato come un evento trascurabile, una semplice formalità che si esaurisce nel gesto di regolare un orologio. In realtà, per una parte della popolazione può comportare un breve periodo di adattamento.

Il nostro organismo non si regola esclusivamente sulla base dell’ora indicata dal quadrante. Il ritmo sonno-veglia è influenzato dalla luce, dalle abitudini quotidiane, dagli orari dei pasti e dalle attività svolte durante la giornata. Modificare l’orario ufficiale significa quindi intervenire, almeno in parte, sulla corrispondenza tra il tempo sociale e quello biologico.

Il passaggio all’ora solare offre teoricamente un vantaggio immediato: un’ora di sonno aggiuntiva nella notte del cambio. Non significa, però, che tutti sperimentino automaticamente un miglioramento del riposo. La reazione individuale dipende dalle abitudini, dalla regolarità del sonno e dalla capacità di adattarsi ai nuovi orari.

Per ridurre eventuali disagi può essere utile mantenere regolari gli orari del riposo, esporsi alla luce naturale al mattino e non alterare bruscamente le proprie abitudini. Per la maggior parte delle persone, l’adattamento è limitato e si risolve in pochi giorni. È comunque opportuno evitare generalizzazioni: gli effetti non sono identici per tutti e il cambiamento dell’orario non costituisce, da solo, una spiegazione per ogni disturbo del sonno o sensazione di stanchezza.

Il tema è particolarmente rilevante per chi svolge turni di lavoro, per i bambini in età scolare e per le persone che seguono routine quotidiane molto rigide. In questi casi, anche una variazione apparentemente minima può richiedere qualche accorgimento organizzativo.

Ora legale: una storia nata dall’esigenza di risparmiare

Per capire perché continuiamo a spostare le lancette è necessario tornare alle origini di una pratica concepita in un contesto profondamente diverso da quello attuale.

L’ora legale non nacque come una curiosità del calendario, ma come uno strumento per sfruttare meglio la luce naturale e contenere il consumo di energia destinata all’illuminazione artificiale. L’idea era semplice: spostare in avanti l’orario ufficiale durante i mesi più luminosi avrebbe permesso di utilizzare maggiormente la luce del sole nelle ore serali, riducendo la necessità di accendere le lampade.

In Italia la misura fu introdotta per la prima volta nel 1916, durante la Prima guerra mondiale, in un periodo nel quale il risparmio energetico rappresentava una necessità concreta. La sua applicazione non fu però lineare: l’ora legale venne abolita nel 1920, per poi essere ripristinata in diverse fasi nel corso del periodo successivo.

Anche il secondo conflitto mondiale contribuì a riportare al centro la questione energetica. Tra il 1940 e il 1948 l’Italia adottò nuovamente il sistema, in un quadro caratterizzato da esigenze straordinarie e da una gestione del tempo strettamente legata alle necessità del Paese.

La misura tornò poi a consolidarsi negli anni successivi, fino alla progressiva definizione di un calendario stabile. Il sistema si è evoluto nel tempo, passando da periodi di applicazione più brevi a una durata più estesa, anche in funzione dell’armonizzazione europea.

Dal 1996, infatti, il calendario italiano è coordinato con quello degli altri Paesi dell’Unione europea: l’ora legale inizia l’ultima domenica di marzo e termina l’ultima domenica di ottobre. Una scelta che risponde non soltanto a esigenze pratiche, ma anche alla necessità di mantenere sincronizzati gli orari in un continente nel quale trasporti, comunicazioni, attività finanziarie e scambi commerciali attraversano quotidianamente le frontiere.

È proprio questa dimensione internazionale a rendere il problema più complesso di quanto possa apparire. Modificare l’orario di un singolo Paese è una decisione nazionale; coordinare le scelte di un intero continente è una questione politica, economica e organizzativa.

Il risparmio energetico è ancora un argomento sufficiente?

La ragione originaria dell’ora legale resta il punto centrale della discussione contemporanea. Se il sistema è nato per ridurre il consumo di energia, occorre chiedersi quanto sia ancora efficace in una società profondamente trasformata rispetto a quella del Novecento.

Gli stili di vita sono cambiati, così come le tecnologie utilizzate nelle abitazioni, negli uffici e nelle imprese. L’illuminazione a basso consumo ha ridotto il peso energetico delle lampadine, mentre climatizzazione, riscaldamento, dispositivi elettronici e modalità di lavoro hanno modificato la distribuzione dei consumi nell’arco della giornata.

Il risultato è che il beneficio dell’ora legale non può essere considerato automaticamente identico a quello del passato. Il risparmio effettivo dipende da diversi fattori, tra cui le condizioni climatiche, la latitudine, le abitudini della popolazione e la struttura dei consumi energetici.

Avere più luce nel tardo pomeriggio può ridurre il ricorso all’illuminazione artificiale, ma l’effetto complessivo deve essere valutato insieme agli eventuali cambiamenti nei consumi per il riscaldamento e il raffrescamento. Non basta, dunque, constatare che il sole tramonta più tardi per concludere che il bilancio energetico sia necessariamente positivo in ogni circostanza.

Questo non significa che l’ora legale sia priva di benefici. Significa, piuttosto, che la sua utilità va misurata sulla base dei dati e delle condizioni attuali, senza dare per scontato che una soluzione concepita oltre un secolo fa continui a produrre gli stessi risultati.

La questione riguarda anche l’organizzazione sociale. Più luce nelle ore serali può favorire le attività all’aperto e rendere più agevoli gli spostamenti nel tempo libero. Al contrario, un’alba più tardiva durante alcuni periodi dell’anno può risultare meno favorevole per chi deve uscire presto al mattino. Il giudizio, quindi, non può essere ridotto a una semplice contrapposizione tra luce e buio: dipende da quali ore della giornata una società considera più utili e da quali costi è disposta ad accettare.

L’Europa ha votato per abolire il cambio d’ora, ma tutto è rimasto fermo

Il dibattito sull’abolizione del cambio stagionale ha raggiunto il suo momento più significativo nel 2018, quando la Commissione europea avviò una consultazione pubblica sul tema. La partecipazione fu eccezionalmente ampia: circa 4,6 milioni di cittadini presero parte al sondaggio e l’84 per cento dei rispondenti si espresse a favore della fine del cambio d’ora.

Il risultato alimentò le aspettative di una svolta imminente. L’anno successivo, nel marzo 2019, il Parlamento europeo approvò una proposta legislativa per porre termine all’alternanza stagionale, con 410 voti favorevoli e 192 contrari.

L’ipotesi prevedeva di superare il sistema a partire dal 2021, lasciando agli Stati membri la possibilità di scegliere se mantenere stabilmente l’ora legale oppure quella solare. La decisione avrebbe però richiesto un coordinamento tra i governi nazionali, necessario per evitare che le scelte dei singoli Paesi producessero conseguenze indesiderate sul funzionamento del mercato unico.

Ed è proprio in questo passaggio che il processo si è arenato. Il voto del Parlamento europeo, per quanto significativo, non era sufficiente a completare l’iter legislativo. La proposta necessitava anche dell’accordo del Consiglio dell’Unione europea, nel quale sono rappresentati i governi degli Stati membri.

Le divergenze sulle possibili conseguenze della scelta, la difficoltà di individuare una soluzione condivisa e le priorità politiche sopraggiunte negli anni successivi hanno impedito di raggiungere un accordo definitivo. La pandemia, le tensioni internazionali e le crisi energetiche hanno contribuito a spostare il tema in secondo piano, senza tuttavia risolvere il problema.

Il risultato è un paradosso istituzionale: l’Europa ha registrato una chiara indicazione politica favorevole all’abolizione, ma non è riuscita a trasformarla in una riforma operativa.

È importante, tuttavia, distinguere il dato della consultazione dalla volontà dell’intera popolazione europea. L’84 per cento riguarda chi ha partecipato al sondaggio, non la totalità dei cittadini. Allo stesso modo, il voto del Parlamento rappresenta un passaggio legislativo importante, ma non equivale a una decisione definitiva entrata in vigore.

Il rischio di un’Europa divisa dagli orologi

La difficoltà di arrivare a una decisione comune non è soltanto burocratica. Dietro lo stallo esiste un problema concreto: se ogni Stato scegliesse autonomamente il proprio orario permanente senza un adeguato coordinamento, l’Europa potrebbe ritrovarsi con una distribuzione meno razionale dei fusi orari.

Le conseguenze interesserebbero soprattutto i Paesi confinanti, le reti ferroviarie, il trasporto aereo, la logistica e le attività economiche che dipendono da orari coordinati. Una differenza temporale aggiuntiva tra Stati vicini potrebbe complicare la programmazione dei servizi, le coincidenze e la gestione delle attività transfrontaliere.

Il problema non sarebbe insormontabile, ma richiederebbe una pianificazione accurata. Il mercato unico europeo si fonda anche sulla prevedibilità delle regole e sulla capacità di coordinare sistemi nazionali diversi. Il tempo, in questo contesto, non è una convenzione astratta: è una variabile operativa che incide sull’organizzazione quotidiana di milioni di persone e imprese.

Per questo l’abolizione del cambio stagionale non può essere affrontata soltanto come una scelta individuale tra un’alba più luminosa e un tramonto più tardivo. Occorre stabilire quale regime adottare, come coordinarlo con i Paesi vicini e quali effetti produrrebbe nel corso dell’intero anno.

La decisione di mantenere stabilmente l’ora solare o quella legale presenta vantaggi e svantaggi differenti a seconda della posizione geografica. Non esiste una soluzione che garantisca automaticamente le stesse condizioni a tutti gli Stati europei. È questa una delle ragioni per cui il consenso sulla necessità di discutere la riforma non si è tradotto in un accordo sul modello da adottare.

Una tradizione che sopravvive all’incertezza

Arrivati al 2026, il cambio dell’ora continua dunque a essere una consuetudine consolidata, nonostante le discussioni sulla sua efficacia e i tentativi di superarlo.

Nel frattempo, il calendario non aspetta. Domenica 25 ottobre avremo un’ora in più, almeno formalmente, per dormire o per cominciare la giornata. Ma avremo anche pomeriggi più bui e un’altra stagione di discussioni rimandate.

Il tempo, come spesso accade, continuerà a scorrere. Sarà la politica europea a dover decidere se lasciare che le lancette continuino a tornare indietro oppure trovare finalmente il modo di fermare un rituale che, da anni, sembra sopravvivere soprattutto all’incapacità di scegliere un’alternativa condivisa.

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