22 Ottobre 2020, giovedì
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Rete unica: Quali servizi faranno la differenza ?

rete unica Quali servizi faranno la differenza ?

L’ultrabroadband sta arrivando. Ma porterà valore solo se, come sistema produttivo saremo pronti con le giuste infrastrutture immateriali e organizzative. Siamo in forte ritardo, eppure mancano ancora le adeguate riflessioni all’interno del dibattito sia per l’uso del Recovery Fund sia per la gestione delle reti.

Si parla molto di rete unica e il processo per realizzarla, nel bene o nel male, è finalmente avviato. L’esperienza del lockdown sembra avere illuminato anche i più riluttanti e praticamente tutti si sono convinti dell’importanza delle reti ultrabroadband in fibra.

Ci sono diversi studi che misurano gli impatti economici dell’ultrabroadband. Alcuni stimano una crescita del Pil pro capite fino all’1,1% nelle aree servite dalla fibra rispetto a quelle che ne hanno poca o non ne hanno affatto. Altri, una maggiore creazione di imprese dovute alla presenza della fibra rispetto alle zone che ne sono sfornite. Altri ancora indicano un impatto positivo sull’occupazione ma solo quando localmente è presente capitale umano con un alto livello di scolarizzazione o paralleli investimenti in capitale “organizzativo”. Altri, infine, misurano un impatto positivo sui prezzi del mercato immobiliare dove vengono sviluppate infrastrutture in fibra ottica o sui tassi di promozione nelle scuole primarie, soprattutto per gli studenti di famiglie con bassi redditi.

Un recentissimo studio sull’Italia fatto da The European House-Ambrosetti per conto di TIM quantifica in 14 miliardi di euro il valore aggiunto incrementale nel triennio 2017-19 dovuto al dispiegamento della banda ultralarga in Italia e in 180 miliardi il PIL aggiuntivo che, entro il 2030, un completo dispiegamento della banda ultralarga in Italia potrebbe dare.

Questi effetti economici, però, non sono degli automatismi statistici. Se si porta la fibra nel deserto, dove non c’è neanche un computer, non cambia niente. Se si rende più veloce la connessione di chi la usa solo per la posta elettronica e navigare un po’, cambia qualcosa, ma ben poco. Se, invece, l’ottiene chi davvero può sfruttarla, prenderne beneficio e usarla per creare valore, sfruttarla a fondo, allora le cose cambiano di molto.

Gli investimenti in infrastrutture di telecomunicazione sono in gran parte vantaggi “derivati” perché dipendono da altri fattori. In generale, ci sono tre regole da ricordare.

In primo luogo, le loro ricadute positive godono del first mover advantage. Sono più forti per i paesi che investono per primi. E ciò spiega la forte pressione che Cina, Giappone e Corea stanno esercitando per primeggiare nelle reti in fibra come nel 5G. La competitività è un valore differenziale: se ce l’ha già un concorrente, avrà meno valore per chi l’adotta solo successivamente. Chi arriva dopo trova gli spazi già occupati da chi ha avviato per primo lo sviluppo di nuovi servizi più competitivi, lo sfruttamento delle nuove possibilità, ha fatto già esperienza e migliorato le condizioni che permettono di sfruttare al meglio le nuove infrastrutture.

In secondo luogo, dalla velocità e dall’estensione del loro sfruttamento. Più è veloce la loro utilizzazione e maggiore la propensione a utilizzarle, minori saranno i costi e migliori saranno le ricadute positive. Per questo ha senso accompagnare una svolta infrastrutturale con voucher, sconti e promozioni: diminuiscono il costo per la collettività o gli investitori di una svolta tecnologica.

Per questo, la recente notizia che non si è riusciti a spendere ben 1,1 miliardi di euro già stanziati per la banda ultralarga è una pessima notizia, anche se non sono soldi persi ma rimodulati entro il 2023.

A cura di TANIA ZITO

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