Ristoratori falliti in Italia: il Coronavirus non ha colpe. E nemmeno il Governo

|a cura di Maria Parente

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Non solo la crisi che si è abbattuta con prepotenza sui vari settori dell’economia mondiale e lo sconforto derivante da perdite di guadagni corposi, il settore della ristorazione così come quello turistico e dell’ospitalità maggiormente colpiti dalla crisi devono prepararsi per affrontare una nuova battaglia ,tutti in rivolta contro il Governo che dopo bonus discutibili e soldi a pioggia, dovrebbero addirittura cambiare mestiere. Pensiero discutibile oggetto di insulti e discussioni sussurrato a voce alta dalla pentastellata Laura Castelli, viceministro dell’Economia , ha spiegato al Tg2 che se i clienti non affollano più le stanze dei ristoranti italiani la colpa è del mercato. Non degli effetti della crisi scaturiti dalla pandemia di Covid, neppure dagli errori del governo. La causa è da ricercare altrove.

Parole dure quelle della Castelli, a mo’ di sfogo nei confronti di chi critica duramente l’operato del Governo dalla pandemia a seguire. Ed è subito rivolta da parte dei ristoratori che ovviamente non sarebbero in grado dall’oggi al domani di assumere nuove sembianze e guadagnare da vivere nonostante il Governo- assicura il viceministro- “sarà pronto a supportarli”.

Obtorto collo la Castelli un po’ di ragione ce l’ha e la causa è effettivamente da ricercare altrove: purtroppo, in Italia, ci sono troppi ristoranti. E, per la maggior parte, sono gestiti in modo non professionale. Si tratta di persone che hanno la passione per la cucina e pensano che cucinare due piatti in 3 ore per la famiglia e gli amici sia la stessa cosa che aprire, gestire e far prosperare un’impresa che opera nel campo della ristorazione.

Fare il ristoratore non richiede solo fatica fisica e mentale, ma anche essere pronto a cogliere i cambiamenti, i gusti dei clienti, le mode, le tendenze e richiede uno studio continuo, a differenza di vent’anni fa ad esempio, bastava avere un bel locale, pulito, con un cuoco capace, con delle materie prime di qualità ma non troppo costose e del personale gentile per riuscire a prosperare. Certo, magari non ci si arricchiva, però si stava in piedi. Si manteneva la famiglia e lo stesso facevano i camerieri, i cuochi, i fornitori.

Oggi in particolare con l’avvento della crisi post Covid19 non è più così: la gente ha meno soldi, la gente fa volentieri a meno di recarsi al ristorante. Pertanto, ci sono troppi ristoranti che si devono dividere la piazza.

D’altro canto però tutte le attività ristorative anche quelle considerate superflue che fino a poco prima della pandemia sono riuscite a sopravvivere, a gestire un’attività anche solo ricavando un minimo, adesso si ritrovano in una situazione di stallo da cui non usciranno indenni se non costretti a chiudere definitivamente l’attività. E le cause sono da ricercare ne provvedimenti adottati dal Governo, caro viceministro, di più tra tutte il prolungamento dello smartworking, un lavoratore che opera da casa farà a meno del caffè, del panino ed appunto del pranzo al bar o al ristorante. 

L’OPINIONE-Ciò che mi rimane perplessa è come possa essere credibile che un professionista o comunque un ristoratore, dall’oggi al domani, possa cambiare identità ed inventarsi una nuova professione: un giovane può sicuramente provarci, imbattersi in una nuova avventura e trovare nuovi stimoli, ma una persona di età adulta che ha sempre e solo lavorato nel campo della ristorazione non potrà quasi certamente improvvisarsi costretto ad abbandonare ciò per cui ha buttato via anni di sacrifici.

Le colpe quindi vanno ricercate nel mezzo e di sicuro hanno radici più profonde “scoperchiate e ingigantite” da una pandemia che ha devastato un intero popolo emotivamente, socialmente e finanziariamente: tutte le colpe non vanno addossate al Governo, anch’esso spiazzato da una situazione drammatica e incerta, ma esimersi dalle responsabilità amplifica il malessere che già attanaglia il popolo italiano.

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