Quarantacinque anni di Mulino Bianco: la storia

Era il 1975 quando gli italiani trovano sugli scaffali del supermercato le prime confezioni dei frollini Mulino Bianco, con biscotti da nomi e forme (Tarallucci, Molinetti, Pale, Campagnole, Galletti) che evocano la nostalgia di tempi passati e atmosfere contadine. E un marchio, disegnato da Giò Rossi con la collaborazione di Cesare Trolli, dalla forte carica simbolica, sintesi di valori e di significati immediatamente percepibili. Il piccolo mulino è un luogo della memoria rassicurante, che evoca natura, tradizione e prodotti genuini e di qualità. E infatti, nel turbolento contesto storico degli anni Settanta, un marchio che invitava a volgere lo sguardo a un passato nostalgico, dove tutto era più semplice e genuino. Il ritorno alla campagna evocato dal Mulino Bianco era una risposta di rottura ai ritmi caotici della vita urbana e dell’industrializzazione, in un momento in cui alle tensioni sociali e politiche degli anni di piombo si aggiunge l’embargo petrolifero, con il razionamento del carburante e le prime domeniche senza auto e l’inflazione galoppante.

Sono anni difficili anche per l’azienda Barilla. Per arginare l’inflazione il governo italiano blocca i prezzi dei generi di prima necessità fra cui anche la pasta, e le aziende produttrici devono affrontare i maggiori costi delle materie prime. Barilla, quindi, azienda essenzialmente monoprodotto, punta sulla diversificazione. Nasce così la linea «Mulino Bianco», destinata, in breve tempo, ad accogliere, oltre ai biscotti, anche merende, torte e pani. Nel 1976, a un anno dal suo debutto, raggiunge una quota di mercato del 7%. A 45 anni dalla nascita, il Mulino Bianco ha un fatturato di 758 milioni di euro e una crescita media annua del 2% negli ultimi 5 anni. Grazie a un percorso pluriennale di ricerca e innovazione sugli aspetti ambientali e sociali legati alla filiera e al confezionamento, entro il 2020 tutti i prodotti saranno commercializzati con packaging 100% riciclabili.

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