9 Marzo 2021, martedì
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Coronavirus, Italia: Giorni decisivi, ci saranno cambiamenti positivi?

Gli esperti della lotta al coronavirus non hanno dubbi: questa settimana è quella fondamentale per capire se le misure restrittive stanno funzionando. Ieri lo ha ripetuto il presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli, ma ce lo dice il calendario. L’11 marzo sono state applicate le forme di contrasto della diffusione del virus più rigorose. Il tempo massimo di incubazione è di due settimane, presto dovrebbe esaurirsi il numero di coloro che sono stati contagiati prima della chiusura dell’Italia.

Ieri fortunatamente, c’è stato un timido segnale incoraggiante, la percentuale di nuovi casi si è abbassata. Certo è una notizia buona, ma purtroppo nessuno sa cosa potremmo e non potremmo fare anche quando i nuovi casi diminuiranno, visto che secondo una ricerca pubblicata in Cina il numero dei contagiati silenziosi, senza sintomi, è almeno un terzo del totale e questo rende complicato spezzare la trasmissione del virus.

I sacrifici: L’isolamento è efficace?

Oggi l’80 per cento dei casi totali del coronavirus è concentrato nel nord Italia. Avere obbligato il resto dei cittadini a restare chiusi in casa ha salvato il resto del Paese, che pur vedendo un aumento costante di contagiati, non si è nemmeno lontanamente avvicinata ai drammatici tassi di crescita che hanno messo in ginocchio la Lombardia e, in parte, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto. Restano delle incognite: la chiusura non è stata totale e rigorosa come a Wuhan e il virus continua a circolare. Ma senza il lockdown il rischio che tutta l’Italia abbia i numeri della Lombardia è concreto.

I tempi: Quanto dovrà continuare?

Non è realistico pensare che il 3 aprile potremo tornare alla vita di prima. La diffusione del coronavirus nel nostro Paese, ma anche nelle altre nazioni europee, è tale che rende improbabile uno stop di tutti i divieti in una data così ravvicinata. Anche se la curva di sta abbassando sarebbe necessario ancora un lungo periodo di «mantenimento». Per questo nessun esperto si sbilancia sulla durata del lockdown. Più probabile, però, che si possa andare a un allentamento di queste misure. Ma non prima di maggio.

L’epidemia: Per quando è atteso il picco?

Questa è la settimana decisiva, questo mercoledì sono giusto due settimane dal decreto che ha messo in ginocchio l’Italia con le misure di contenimento. Tenendo conto che i numeri che vediamo oggi in buona parte sono frutto dei contagi precedenti, l’inversione di tendenza dovrebbe essere vicina perché meno persone per strada, zero eventi, hanno ridotto le possibilità di trasmissione del virus, anche se di riflesso 50mila positivi ufficiali a cui si aggiungono gli asintomatici mai conteggiati rappresentano un grande moltiplicatore.

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Perché gli effetti così in ritardo?

Ci aspettavamo prima il picco perché forse eravamo stati troppo ottimisti sul livello di circolazione del virus. Con un esercito in Italia e con i primi casi che probabilmente risalgono a metà gennaio, riuscire a invertire la tendenza si sta rivelando più difficile, ci vorrà solo del tempo, da precisare che a febbraio ancora si svolgevano concerti, partite di calcio, eventi con decine di migliaia di persone. Inoltre, il Paese non ha un quadro omogeneo e infatti ci sono picchi differenti per ogni regione.

L’emergenza: Perché il boom in Lombardia?

La tempesta perfetta: altissima densità, popolazione anziana, grandi imprese con rapporti internazionali non solo con la Cina, ma anche con la Germania, da dove, secondo una ricerca del Campus Bio-Medico di Roma, è arrivato uno dei due pazienti zero. Tutto questo ha fatto sì che in Lombardia, lentamente, Covid-19 si diffondesse, nascosto nelle pieghe del picco influenzale. Quando a Codogno è stato trovato il primo caso, ormai era troppo tardi perché non si è riusciti a proteggere gli ospedali in tempo ed non si ha avuta la prontezza di chiudere tutto in provincia di Bergamo, troppi purtroppo erano i casi positivi che non sono stati individuati e isolati.

Le previsioni: Cosa resterà alla fine?

«Niente sarà più come prima»: è la frase pronunciata dopo l’11 settembre 2001: molte cose cambiarono, altre no. Anche quando dovesse finire il lockdown, ormai mondiale, servirà tempo prima di ricostruire una normalità. Nel 2020 viaggeremo meno o forse non viaggeremo affatto, forme di comunicazione a distanza che sembravano invadenti e alienanti diventeranno cruciali per il lavoro e per i rapporti umani. Dovremo proteggere di più gli anziani, riorganizzare il sistema sanitario, progettare un nuovo equilibrio economico. Molto dipenderà da quanto tempo la scienza impiegherà per trovare cure e vaccini.

Fonte: www.ilmessaggero.it

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