7 Marzo 2021, domenica
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Le conseguenze del coronavirus sull’economia globale

L’epidemia da Covid-19 continua ad estendersi a un numero crescente di paesi e con essa non solo i malati, ma anche i danni economici, sebbene al momento difficilmente ponderabili. Ne risente innanzitutto l’economia cinese, oggi di gran lunga al di sotto della sua capacità produttiva: i dati ufficiali cinesi aggiornati al 3 marzo mostrano un indice della produzione manifatturiera sceso a 27,8 punti a febbraio (rispetto ai 51,3 di gennaio), il livello più basso da quando è iniziata l’indagine nell’aprile 2004.

Nonostante ad oggi il 95,9 percento dei lavoratori migranti siano ufficialmente rientrati nella località in cui lavorano dopo le festività del capodanno cinese, la produzione è diminuita più del previsto, poiché le aziende hanno esteso le chiusure del capodanno a causa dell’epidemia e quando hanno riaperto si sono ritrovate con ordini cancellati o non rinnovati. Che la semplice riapertura delle aziende non sia bastata a ridare ossigeno all’economia è evidente, dal momento che il trasporto pubblico urbano ha ripreso solo al 47,8 percento e il consumo di carbone del settore produttivo è al 62,8 percento del suo livello nello stesso periodo di un anno fa. Di conseguenza, molte catene di approvvigionamento sono state fortemente rallentate se non interrotte, i tempi di consegna non sono stimabili e le aziende attingono alle proprie scorte, se ne hanno.

L’impatto sul resto del mondo è enorme, perché la Cina oggi è un importante fornitore di beni intermedi in molti settori: le esportazioni cinesi di beni intermedi utilizzati da altri paesi come input per le loro esportazioni sono salite dal 24% delle esportazioni totali cinesi nel 2003 al 32% nel 2018, secondo i dati della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD). Nei prodotti elettronici, telefonia, computer, mobili e arredo la Cina realizza l’assemblaggio di molti beni di consumo destinati anche all’esportazione. Computer, telefonia e televisori hanno tutti un’organizzazione della produzione su base globale, molti produttori hanno in Cina alcune fasi di produzione e le fasi di assemblaggio, alcuni dei quali con sede nello Hubei. La Cina rappresenta oltre la metà della produzione globale di monitor per televisori e computer, nella sola Wuhan hanno sede cinque fabbriche che producono schermi LCD e OLED. Secondo i dati di IHS Markit, il parziale arresto di Wuhan ha già danneggiato la produzione e aumentato i prezzi. L’impatto negativo sarà più ingente sulle altre economie asiatiche, in primis la Corea del Sud, che ha contratto il contagio in modo esteso e ne sta subendo le conseguenze economiche più dirette, così come le altre economie che dipendono fortemente dalle importazioni dalla Cina, come Taiwan, Vietnam, Malesia, Singapore.

Il turismo è proprio il settore al momento più colpito nei servizi, oltre ai trasporti internazionali e alla logistica. Se i turisti cinesi, fonte di un grande boom turistico in tutto il mondo (pari a 270 miliardi di dollari), specialmente in Asia, stanno a casa, l’impatto negativo sul turismo globale andrà oltre il calo degli arrivi turistici, estendendosi a settori quali trasporti, alloggi, ristorazione, vendita al dettaglio e servizi finanziari.Risultato immagini per coronavirus turismo

Ma i settori più esposti sono quelli del manifatturiero nei quali la Cina ha un peso importante sia come fornitore, sia come mercato, sia come luogo dove sono localizzate parti importanti delle filiere: più di tutti l’automotive. La Cina è il più grande mercato automobilistico del mondo sia come produzione sia come consumo. Proprio Wuhan, la città al centro dell’epidemia, è sede di uno dei principali poli di impianti automobilistici (con circa il 10% della capacità di produzione automobilistica del paese e 2,24 milioni di veicoli prodotti) tra cui General Motors, Honda, Nissan, Peugeot Group e Renault e le cinesi Changan e Dongfeng. Solo per la Honda, Wuhan rappresenta circa il 50% della produzione totale in Cina. Con la diffusione del coronavirus, molte case automobilistiche in tutto il paese hanno chiuso i battenti nell’ambito del recente arresto a livello nazionale. Oltre alle case automobilistiche con sede nello Hubei, ad esempio, la nuova fabbrica di Tesla a Shanghai ha chiuso, posticipando la data di produzione del suo Modello 3, e Volkswagen ha posticipato la produzione in tutti i suoi stabilimenti cinesi che gestisce in joint-venture con SAIC. Di conseguenza, le vendite di auto in Cina sono diminuite del 92% nella prima metà di febbraio, secondo i dati della China Passenger Car Association (CPCA). Secondo le stime di IHS Markit, se molte fabbriche chiudessero fino a metà marzo, ciò potrebbe portare alla riduzione di 1,7 milioni di produzione di veicoli in Cina.

L’epidemia sta mostrando al mondo quanto fragile sia un modello di globalizzazione fondato su una dipendenza elevatissima da un solo paese come fornitore per molti settori. Alcuni ne traggono la conclusione che l’economia cinese è ormai diventata indispensabile e pertanto ogni tentativo di isolarla o isolarsi (come nel caso dell’America di Trump) è destinato a restare vano.  Innanzitutto, l’inshoring di attività manifatturiere era in corso già prima della guerra commerciale, e con quest’ultima ha ulteriormente accelerato; oggi l’epidemia sta spingendo molte imprese, grandi e piccole, a riorganizzare le proprie catene di fornitura e di certo non torneranno indietro una volta terminato il rischio di contagio.

fonte ispionline.it

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