18 Giugno 2021, venerdì
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Papa Francesco: dare più fiducia a se stessi e ai Pastori che ci guidano il cammino

Essere persone di speranza, riconciliate, che hanno riconosciuto le loro amarezze e sono state trasformate. È un’input che il Papa rivolge al clero della diocesi di Roma, nel discorso che ha letto qualche giorno fa il Cardinale Angelo De Donatis, durante la liturgia penitenziale all’inizio Quaresima, in cui Francesco non ha partecipato per “lieve indisposizione”. Tutta la riflessione fa capire di come nella vita di un sacerdote possono infiltrarsi dei comuni amici che si camuffano da parassita.

Il Papa ha citato ciò in difesa di alcuni seminaristi e preti italiani, ma senza riferimento ad alcuna situazione specifica, mentre dall’altra rileva come la maggior parte dei preti posso essere ‘trattati’ come persone normali. Guardarle in faccia, quindi, consente di entrare in contatto con la nostra umanità e così, afferma Francesco, “ricordarci che come sacerdoti non siamo chiamati ad essere onnipotenti ma uomini peccatori perdonati”.

Alla radice dell’amarezza nel rapporto di fede, si intravede una speranza delusa. Una speranza probabilmente scambiata con un’aspettativa. La speranza cristiana, infatti, non delude, sottolinea il Papa, perché: “sperare non è convincersi che le cose andranno meglio, bensì che tutto ciò che accade ha un senso alla luce della Pasqua. Ora, il rapporto con Dio – più che le delusioni pastorali – può essere causa profonda di amarezza. A volte sembra quasi che Egli non rispetti le aspettative di una vita piena e abbondante che avevamo il giorno dell’ordinazione. A volte una adolescenza mai terminata non aiuta a transitare dai sogni alla spes. Forse come preti siamo troppo “perbene” nel nostro rapporto con Dio e non ci azzardiamo a protestare nella preghiera, come invece il salmista fa spessissimo – non solo per noi stessi, anche per la nostra gente; perché il pastore porta anche le amarezze della sua gente”.

Per entrare profondamente nel senso della speranza dobbiamo innanzitutto capire che il punto di riferimento siamo noi stessi. Poi c’è l’amarezza che va accolta nonostante tutto perché c’è una tristezza che a volte può essere buona e può condurci a Dio.

Il Papa su questo concetto dice: “molta amarezza nella vita del prete è data dalle omissioni dei Pastori”. Non si tratta di divergenze inevitabili circa problemi gestionali o stili pastorali, ma di due aspetti “destabilizzanti per i preti”. Prima di tutto, quella che Francesco chiama “una certa deriva autoritaria soft”, quando per un “distinguo” magari si viene iscritti tra coloro che remano contro e l’adesione alle iniziative rischia di diventare “il metro della comunione”, quanto appunto “il culto delle iniziative” si va sostituendo all’essenziale.

Ed e per questo che ha fatto riferimento a San Benedetto: la comunità intera quando deve affrontare una questione importante decide ma deve ascoltare anche la loro opinione

La grande tentazione del pastore è circondarsi dei “suoi”, dei “vicini”; e così, purtroppo, la reale competenza viene soppiantata da una certa lealtà presunta, senza più distinguere tra chi compiace e chi consiglia in maniera disinteressata. Questo fa molto soffrire il gregge, che sovente accetta senza esternare nulla.

Poi ha parlato dei fedeli che hanno il diritto, e a volte il dovere, di manifestare ai Pastori il loro pensiero sul bene della Chiesa, come prevede il Codice di Diritto Canonico.

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Ha affermato che c’è più il concetto di ‘comunità’ che ‘comunione’. Quindi decide di chiarire ciò dicendo che non si tratta di solitudine nel senso cristiano, quella in cui si prega. Anzi, il vero problema sta proprio nel poco tempo per stare da soli. Senza solitudine, non c’è amore gratuito e gli altri rischiano di diventare “un surrogato dei vuoti”. Il dramma è invece l’isolamento, quello dell’anima, in mezzo alla gente.

In questo caso quindi anche l’isolamento è un pericolo a volte si pensa che nessuno ci possa capire, così spiega anche questo tipo di concetto facendo riferimento a quanto Bernanos scriveva sul più sostanzioso “fra gli elisir del demonio”: Il demonio non vuole che tu parli, che tu racconti, che tu condivida. E allora tu cerca un buon padre spirituale, un anziano “furbo” che possa accompagnarti. Mai isolarsi, mai! Il sentimento profondo della comunione si ha solamente quando, personalmente, prendo coscienza del “noi” che sono, sono stato e sarò. Altrimenti, gli altri problemi vengono a cascata: dall’isolamento, da una comunità senza comunione, nasce la competizione e non certo la cooperazione; spunta il desiderio di riconoscimenti e non la gioia di una santità condivisa; si entra in relazione o per paragonarsi o per spalleggiarsi.

E, in conclusione: Sono molto rispettosi e sanno accompagnare e avere cura dei loro pastori. Conoscono le nostre amarezze e pregano anche il Signore per noi. Aggiungiamo alle loro preghiere le nostre, e chiediamo al Signore di trasformare le nostre amarezze in acqua dolce per il suo popolo. Chiediamo al Signore che ci doni la capacità di riconoscere ciò che ci sta amareggiando e così lasciarci trasformare ed essere persone riconciliate che riconciliano, pacificate che pacificano, piene di speranza che infondono speranza. Il popolo di Dio attende da noi dei maestri di spirito capaci di indicare i pozzi di acqua dolce in mezzo al deserto.

fonte: www.vaticannews.va

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