13 Aprile 2021, martedì
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L’offensiva di Israele e l’impotenza dell’Egitto

Al Cairo non si trova l’accordo su una tregua e Israele inizia l’operazione di terra nella Striscia di Gaza. L’obiettivo? Distruggere i tunnel di Hamas e riportare tranquillità e sicurezza alla popolazione israeliana.

Obiettivi israeliani a Gaza
I soldati israeliani cercheranno di stanare gli islamisti della Striscia dalla rete di passaggi e rifugi sotterranei nella quale celano centri di comando, leader politici e depositi di razzi che continuano a cadere nelle città israeliane.

Proprio da questi tunnel sono stati sventati , nei giorni scorsi, almeno due tentativi di infiltrazione in Israele da parte dei miliziani islamisti. L’ultimo giovedì, quando l’aereonautica israeliana ha bloccato tredici uomini armati pronti ad attaccare Israele, mentre uscivano da un passaggio tra il sud di Gaza e lo stato ebraico.

Oltre agli obiettivi militari, vi sono anche però quelli politici. Israele mira a approfondire la divisione politico-militare tra Gaza e la Cisgiordania, minando così anche il recente accordo di unità nazionale tra Hamas e Fatah, le due fazioni palestinesi che controllano rispettivamente i due territori.

Dopo il fallimento, lo scorso aprile, dei negoziati di pace condotti da Washington, Israele si è infatti trovato in una difficile posizione internazionale poiché gran parte del mondo – Stati Uniti inclusi – hanno dichiarato il loro disappunto nei confronti di alcuni elementi del governo israelinao, accusati di aver ‘sabotato’ la delicata mediazione statunitense.

Egitto, mediatore impotente
Le cinque ore di tregua umanitaria che giovedì hanno fatto prendere una boccata d’aria agli abitanti della Striscia sono rimaste una parentesi isolata.

L’Egitto non è infatti riuscito a tenere attorno allo stesso tavolo i rappresentati di Hamas e di Israele. A fallire è stato anche Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), che è volato al Cairo per aggiungersi ai negoziatori.

Il movimento islamista – tutt’altro che unito al suo interno – aveva già rifiutato una prima proposta di tregua mediata dall’Egitto non solo perché accusava i negoziatori di non averli coinvolti nella stesura dell’eventuale accordo, ma anche perché riteneva la proposta in tavola riduttiva. Limitandosi alla cessazione del conflitto, non garantiva risultati di lungo periodo.

Nel documento non vi erano neanche riferimenti alla tregua del 2012 – negoziata proprio dall’Egitto. L’accordo dell’epoca prevedeva l’allentamento delle misure restrittive che limitano il transito di merci all’interno della Striscia e un aumento da 3 a 6 miglia nautiche dell’area concessa dalla marina israeliana per la pesca a largo delle coste di Gaza.

Richieste di Hamas
Hamas ha quindi chiesto di più, puntando al termine dell’embargo che strangola la Striscia dal 2007 (anno in cui Hamas ha iniziato a governare Gaza) e alla fine delle incursioni israeliane.

Nello specifico ha domandato lo scongelamento del salario di 40 mila impiegati di Hamas e la liberazione dei 58 militanti che erano stati rilasciati in cambio dell’ostaggio israeliano Gilad Shalit, poi nuovamente arrestati.

In aggiunta, ha chiesto l’apertura del valico di Rafah – l’unico ingresso a Gaza gestito dal Cairo – o almeno la riattivazione di alcuni dei tunnel attraverso i quali è arrivata dal Cairo merce di contrabbando. È stata questa città sotterranea a tener in vita l’economia dello Striscia fino a quando, lo scorso anno, la leadership egiziana che ha preso forzatamente il posto degli islamisti della Fratellanza Musulmana non ha messi fuori uso questi tunnel una volte per tutte.

Abbas avrebbe fatto il possibile per soddisfare almeno due richieste di Hamas. Promettendo di mandare uomini dell’Anp lungo il confine ha chiesto al presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi di riaprire Rafah. Inoltre gli avrebbe domandato di fare passare da questo valico i soldi dei salari degli impiegati di Hamas, generosamente offerti dal Qatar.

Il Cairo di oggi non è però il negoziatore del 2012. Al-Sisi spera che la disfatta dei cugini palestinesi indebolisca i Fratelli egiziani, nemici dell’esercito dal quale proviene. Per questo l’Egitto, che ha mediato anche su richiesta di Washington, non è riuscito a tessere la tela con Hamas.

Basta pensare che a prendere il posto di Omar Suleiman, l’ex capo dell’intelligence egiziana che per 18 anni ha trattato con gli israeliani che con i palestinesi è stato Mohammed Al-Tohami, un uomo che ha fatto visita allo stato ebraico proprio qualche giorno prima dell’inizio dei bombardamenti israeliani su Gaza.

Il terreno negoziale non sembra quindi fertile. La portavoce del dipartimento di Stato, Jen Psaki, ha annunciato che gli Stati Uniti raddoppieranno gli sforzi per arrivare a una tregua. Difficile capire che cosa questo voglia dire visto che gli Usa non riescono a influenzare né Israele, nè Hamas. A fare pressione sugli islamisti di Gaza resta ora il Qatar.

Difficile però pensare che se il Cairo non è riuscito a essere influente, ci possa riuscire Doha che è di certo una voce più amica alle orecchie di Hamas, ma è uno degli stati più isolati della regione.

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