27 Luglio 2021, martedì
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Iran, battaglia esistenziale per l’Iraq

Proprio mentre le sorti della guerra civile siriana stavano volgendo a favore dell’Iran, l’avanzata dell’Isil, Stato islamico dell’Iraq e del Levante, verso Baghdad ha suscitato un nuovo allarme a Teheran. Al pari del regime di Damasco, il governo sciita iracheno rappresenta un pilastro dell’architettura di sicurezza regionale della Repubblica Islamica.

Asse sciita
Per comprendere l’importanza che l’Iraq ha per Teheran bisogna guardare al travagliato rapporto che ha caratterizzato i due paesi durante tutto il secolo scorso.

Uniti da un ricco passato di storia e cultura comune, Iran e Iraq sono stati divisi da una competizione inasprita dalla potenza coloniale britannica, ben prima della Rivoluzione islamica del 1979. Mentre lo Shah contrapponeva l’identità persiana a quella araba, Londra incoraggiò i sentimenti anti-iraniani presenti nel nazionalismo panarabo al fine di isolare e assoggettare l’Iran.

Il confronto fra arabi e iraniani culminò nella guerra Iran-Iraq, scatenata da Saddam Hussein nel 1980 contro la neonata Repubblica Islamica. Gli otto anni di conflitto, e gli attacchi chimici di Saddam, costarono a Teheran centinaia di migliaia di vittime.

Quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel 2003, l’Iran ebbe dunque tutto l’interesse a cementare il rapporto con la maggioranza sciita irachena, che prese il potere dopo essere stata perseguitata dal precedente regime sunnita.

Teheran e lo scontro settario regionale
Malgrado i legami storici, fra lo sciismo iracheno e quello persiano di Teheran ci sono differenze. Lo Nuri al-Maliki, al momento di divenire primo ministro, rappresentò un candidato di compromesso per l’Iran, non essendo certamente fra gli esponenti più filo-iraniani del panorama sciita iracheno.

Le politiche di emarginazione dei sunniti portate avanti dagli ultimi governi di Baghdad sono dunque il risultato del travagliato rapporto fra le due principali comunità confessionali arabe dell’Iraq, prima ancora che dell’influenza iraniana.

Ciò non toglie che l’obiettivo primario di Teheran in Iraq sia di prevenire la nascita di un governo che gli sia ostile. Questo significa tenere ai margini del processo politico quelle componenti sunnite che nutrono forti sentimenti anti-sciiti o che propugnano un nazionalismo arabo dalle tinte anti-iraniane.

La recente ribellione sunnita guidata dall’Isil spaventa Teheran proprio perché è una miscela di fondamentalisti sunniti e baathisti nostalgici del vecchio regime che, per motivi religiosi o ideologici, sono visceralmente ostili all’Iran.

Più in generale, le legittime rivendicazioni della comunità sunnita irachena contro il governo di Baghdad sono inasprite dal clima di polarizzazione a sfondo settario affermatosi nella regione mediorientale. Tale polarizzazione ha visto una coalizione di stati sunniti, comprendente le monarchie del Golfo e la Turchia, scontrarsi in Siria con il cosiddetto “arco sciita” del quale Baghdad viene considerata parte integrante, e che è costituito dall’Iran, dal regime alawita di Damasco e da Hezbollah in Libano.

L’accusa di appoggiare l’Isil, rivolta dall’Iran all’Arabia Saudita già sostenitrice dei ribelli siriani, fa a sua volta temere il naufragio dei deboli tentativi di dialogo avviati nei mesi scorsi fra Riyadh e Teheran, e il possibile espandersi all’Iraq del loro “conflitto per procura”.

Il califfato e la paura della balcanizzazione
La proclamazione del “califfato” da parte del leader dell’Isil, Abu Bakr al-Baghdadi, con la creazione di uno Stato islamico a cavallo tra Iraq e Siria, prefigura inoltre la partizione dell’Iraq in tre entità etnico-confessionali.

Un simile scenario appare come un incubo per Teheran. Esso produrrebbe infatti un’entità sciita indebolita dalla perdita di infrastrutture chiave del paese (la principale raffineria, pozzi petroliferi, centrali elettriche, etc.).

In secondo luogo, si avrebbe un’entità sunnita dominata da baathisti e islamisti, probabilmente in lotta fra loro, ma accomunati da un forte sentimento anti-iraniano. Tale entità si estenderebbe alla parte orientale della vicina Siria, destabilizzando ulteriormente il regime di Damasco alleato dell’Iran.

Inoltre, uno stato curdo indipendente nel nord finirebbe per orbitare nella sfera d’influenza turca, potrebbe risvegliare le ambizioni di autodeterminazione dei curdi iraniani, e rappresenterebbe un nuovo potenziale alleato per Israele (Tel Aviv ha già salutato positivamente la possibile indipendenza di Erbil, ed ha acquistato le prime quantità di petrolio curdo esportate attraverso la Turchia).

Infine, non bisogna dimenticare che anche l’Iran è una miscela di etnie e confessioni differenti. Dunque la frammentazione dell’Iraq costituirebbe un precedente pericoloso per l’integrità stessa della Repubblica Islamica.

Iran e Stati Uniti
Per tutte queste ragioni, l’Iran lotterà strenuamente per preservare l’unità territoriale di un Iraq a guida sciita, anche se non necessariamente ostile a sunniti e curdi. Allo stesso tempo, Teheran cercherà di evitare un coinvolgimento diretto nel conflitto iracheno, prediligendo invece l’assistenza logistica e di intelligence al governo di Baghdad.

Un’aperta collaborazione con Washington sembra però da escludersi, malgrado la relativa convergenza di interessi fra i due paesi in Iraq. Gli iraniani non si fidano delle intenzioni americane in Siria, né dell’alleanza tra gli Usa e le monarchie del Golfo ostili alla Repubblica Islamica.

Washington vive un dilemma: contrastando militarmente la ribellione sunnita rischia di inimicarsi i propri alleati arabi, mentre esercitando eccessive pressioni sul governo sciita rinfocola le diffidenze di Teheran.

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