31 Luglio 2021, sabato
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La fine della diplomazia in Medio Oriente

Dopo averla minacciata sin dai primi giorni della tensione seguita al lancio dei missili palestinesi, Israele ha dato inizio all’invasione della Striscia di Gaza. Questa è stata di fatto trattenuta sia dalla riluttanza del premier israeliano Benjamin Netanyahu, sia dagli sforzi e dalle pressioni internazionali volti a realizzare un cessate il fuoco.

Nei due giorni scorsi era sembrato che una mediazione egiziana ci fosse stata, ma in realtà Hamas ha detto di non saperne nulla e Israele non ha di fatto commentato. L’invasione è stata quindi avviata, frustrando le attese internazionali e inasprendo un conflitto dalle prospettive assai incerte e rischiose.

Fallimento diplomazia internazionale
Che la diplomazia internazionale abbia fallito non stupisce, poiché nel contesto attuale – come la maggior parte dei commentatori ha sottolineato – la differenza con le crisi del 2008 e 2012, entrambe risolte dalla mediazione egiziana, è precisamente l’assenza di questa mediazione.

Gli Stati Uniti, avendo messo Hamas sulla loro “black list” dei movimenti terroristici e avendocela lasciata, non sono mai stati in grado di mediare né nei conflitti precedenti né in questo. Si era parlato di una puntata al Cairo di Kerry da Vienna, dove si trovava per il negoziato nucleare con l’Iran.

Il segretario di Stato se n’è semplicemente tornato a Washington, ben conscio della sua impotenza diplomatica nel corso dei negoziati per un’eventuale tregua ospitati dall’Egitto. Ma questa volta Kerry non ha potuto contare sul Cairo, il quale con l’avvento del presidente Abdel Fattah al-Sisi e la messa al bando dei Fratelli Mussulmani ha ora con Hamas solo dei pessimi rapporti.

Insomma, c’è stato un cambiamento sostanziale negli equilibri regionali, che ha schierato l’Egitto dalla parte dell’estremismo sunnita dei sauditi, ha bruciato i Fratelli Musulmani come possibile alternativa politica e, in particolare, ha isolato profondamente Hamas. Con questo, la cerniera egiziana nell’ambito del sistema regionale di sicurezza stabilito a Camp David non funziona più come prima e non può più rendere agli Stati Uniti gli indispensabili servizi del passato.

Ritiro statunitense dal Medio Oriente
Mentre Israele entra con le sue forze a Gaza, senza questa volta avere alcuna copertura politica alle spalle (per un’azione che non ha alcuna soluzione militare reale perché Hamas non riconoscerà alcuna sconfitta), emerge con evidenza la realtà di un equilibrio regionale più rigido, assai meno duttile che impedisce ai governi della regione e dell’Occidente di poter anche solo gestire la crisi permanente e multiforme che è diventato il Medio Oriente.

Altro che strategie di off-shore balancing! L’amministrazione Obama indica a sostegno del ritiro statunitense dal Medio Oriente una strategia di gestione indiretta degli equilibri regionali, che si affida agli alleati e ai partner – quella che durante la crisi di Libia nel 2011 fu definita “leading from behind”.

Ma l’attuazione di una strategia di questo genere, per essere efficace, deve essere accompagnata da una moltiplicazione degli sforzi diplomatici e, soprattutto, da obiettivi politici chiari.

Questi obiettivi invece mancano, sia negli Usa che in Europa, con il risultato che il ritiro militare non si accompagna alla maggiore iniziativa politica che sarebbe necessaria e i rischi provenienti dal Medio Oriente, lungi dall’attenuarsi, stanno crescendo e potrebbero diventare un giorno o l’altro delle vere e proprie minacce.

Lo si vede ora a Gaza e in Iraq, come lo si è visto nei tre anni passati in Siria, in Libia, nello Yemen e, a conti fatti, in Egitto.

Questo irrigidimento delle strutture diplomatiche mediorientali, messo così bene in evidenza nella crisi in corso, segna il fallimento della politica di Obama nella regione: oggi a Gaza si capisce meglio che in Medio Oriente e Nord Africa l’amministrazione, più che gestire gli equilibri con abile diplomazia indiretta, ha solo messo la spazzatura sotto il tappeto e distribuito tranquillanti destinati a durare poco senza risolvere niente.

Ondata jihadista
Inoltre, va considerato che la crisi di Gaza si sviluppa in un contesto di serio aggravamento dell’instabilità regionale e rischia di saldarsi con le determinanti di questo aggravamento.

Non c’è dubbio che la molla del conflitto in corso risiede nell’emergenza jihadista che dalla Siria si è riversata in Iraq ora si ripercuote in Palestina. Il confitto è stato voluto e suscitato dalla parte jihadista che si trova ai bordi estremi dell’ombrello di Hamas, galvanizzata e forse direttamente istigata dall’impresa di “Stato Islamico” in Iraq e dalle sue possibili prospettive in Giordania.

In conclusione, mentre è assai difficile pronunciarsi sul destino prossimo dell’invasione in atto a Gaza, si può senza esitazione affermare che essa finisce di rendere visibile l’inadeguatezza, se non l’inesistenza, della politica occidentale verso il Medio Oriente.

Ciò danneggia gravemente le popolazioni della regione e gli stessi Stati Uniti. Danneggia ugualmente le nazioni europee, che non riuscendo a unirsi per fare quello che loro conviene, lasciano fare gli Stati Uniti, i quali però a loro volta, come abbiamo cercato di argomentare, non fanno o fanno male. Dunque Gaza, dovrebbe essere per gli europei un segnale della necessità di prendere in mano il loro destino.

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