15 Maggio 2021, sabato
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La politica degli scacchi di Ankara

Dalle ceneri delle proteste di piazza Taksim, con il pacchetto di “riforme di democratizzazione” presentato il 30 settembre, il governo gioca a sorpresa la pedina meno visibile, quella al fondo dello scacchiere. Con una sola mossa cerca di ricalibrare gli equilibri dell’intero gioco.

Con il suo savoir-faire mediatico, il premier aveva annunciato da giorni la presentazione di un pacchetto che avrebbe dovuto – in un sol colpo – superare l’impasse turco-curda, riformare il sistema elettorale e rinvigorire le aspirazioni democratiche del paese.

Di fronte a tali aspettative l’annuncio riformista non poteva che essere deludente. Nel commentare il pacchetto l’opposizione ha usato il noto proverbio turco: “dalla grande montagna è uscito un topolino”.

Un’analisi più attenta, tuttavia, rivela come il “pacchetto democratico” sia più coraggioso del previsto, aprendo – come una matrioska politica – tante finestre su temi più caldi del dibattito politico turco.

Riforma elettorale e istruzione
Il vero successo riguarda la riforma elettorale. A qualche mese dal test politico delle municipali, previste per la primavera 2014, il governo avvia una profonda revisione del sistema elettorale turco che beneficia, in primis, i partiti minori.

Sarà finalmente modificato lo sbarramento del 10% che ha storicamente escluso dalle aule parlamentari le frange estreme del panorama politico turco: i deputati curdi del partito della Pace e della Democrazia, Bdp, da un lato e gli ultra-nazionalisti del Mhp dall’altro.

Ben accolta l’abolizione del divieto kemalista dell’utilizzo delle “lettere curde”:“W”, “Q” e “X”. Tuttavia, a far discutere, è l’insegnamento in lingua curda. La possibilità viene accordata, ma solo agli istituti privati. Se si considera che le province meridionali dove la minoranza curda risiede sono tra le più povere del paese, è facile capire perché questa viene percepita come una misura insoddisfacente.

Le novità introdotte rivelano un’apertura importante di Ankara verso le sue “minoranze ignorate.” Anche i greci-ortodossi e gli alevi, i grandi assenti della riforma, sembrano in qualche modo godere di riflesso il clima di apertura in attesa di possibili futuri avanzamenti.

Il pacchetto non basterà, tuttavia, a ricucire le sorti del processo di pace turco-curdo, bruscamente interrotto il 9 settembre. Per i deputati del Bdp che per mesi hanno sollecitato il governo le concessioni sono modeste e tardive: “le condizioni di Ocalan non sono migliorate, la soglia elettorale non è stata ancora abolita, i nostri compagni – il riferimento è alle decine di giornalisti in carcere – non sono stati liberati – commenta la parlamentare Danış Beştaş – non è abbastanza”.

Laici perdenti
A piccoli passi il governo lancia comunque un forte segnale: Erdoğan ha ripreso in mano il gioco, ed è pronto a rilanciare.

L’unico vero perdente è la torre dell’establishment laico, ferito dall’ennesimo colpo di coda islamico-conservatore. Dal 30 settembre anche il personale dei pubblici uffici potrà infatti indossare il velo. Siamo davanti alla morte simbolica dell’ideale di neutralità dello stato kemalista.

Anche l’Unione Europea ha accolto con favore le riforme, ribadendo che ne terrà contro nel Progress Report del 2014. Unica nota grave, commenta, è l’assenza di riferimenti al codice penale e alla legge contro il terrorismo grazie ai quali decine di giornalisti sono tutt’ora tenuti in carcere.

Ma non potrebbe essere proprio l’Europa a influenzare la pendenza dello scacchiere, influenzando le linee su cui si muovono gli attori politici turchi? Ankara si prepara a un inverno caldo. Per ora è prematuro prevedere quali saranno le prossime mosse dei suoi invisibili giocatori.

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