21 Ottobre 2026, mercoledì
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Islamofobia, il nuovo volto dell’intolleranza

Dal pregiudizio antiebraico del Novecento alla diffidenza verso l'Islam contemporaneo, il sospetto nei confronti delle comunità transnazionali si intreccia con la difesa degli interessi economici e finanziari occidentali. Distinguere le realtà del mondo islamico dai fondamentalismi è il primo passo per costruire politiche di dialogo e integrazione.

A cura di Gilberto Borzini

La Chiesa cattolica, da decenni, dialoga con l’Islam. Certo, le differenze tra le due fedi sono rilevanti e sostanziali, soprattutto per quanto concerne il diritto familiare e l’eguaglianza dei generi, ma il fatto che nell’Islam la figura del Cristo sia parte dei Profeti inviati a manifestare la potenza e la legge divina prima dell’ultimo Profeta Maometto, definisce in sé la possibilità di un dialogo che partendo dalla teologia e dalla metafisica può giungere alle dinamiche della sociologia applicata.

La Chiesa lo sa, i politici conservatori no.

Ieri l’Antisemitismo oggi l’Islamofobia

A volte l’Occidente, inteso come l’insieme di quelle forze Nazionali che per secoli praticarono il colonialismo e l’imperialismo saccheggiando il saccheggiabile nel pianeta, scopre che alcune religioni definiscono modelli sociali ed economici diversi dai propri.

Così mentre Max Weber nel suo celeberrimo “Etica protestante e spirito del capitalismo” celebrava la relazione intima corrente tra la forma religiosa del luteranesimo e del calvinismo e la strutturazione delle economie capitaliste a partire dalle Compagnie delle Indie di secentesca definizione e dalla fondazione della prima Borsa ad Amsterdam nel 1602, il mondo del capitalismo occidentale definisce come “minaccia sistemica” le religioni che impongono una diversa visione del mondo, della società, delle relazioni e dell’economia.

Per il nazional socialismo, e per buona parte delle forze finanziarie degli anni ’30 in tutto l’occidente (Inghilterra e Stati Uniti inclusi), l’economia parallela e transnazionale esercitata dagli ebrei attraverso la loro comunità, divenne oppositiva al regime che affermava un progetto Pan Germanico centrato esclusivamente sull’economia finanziaria nazionale a cui assoggettare altri Stati e altre economie. Il mondo ebraico, per secoli tenuto lontano dalle professioni artigianali e in seguito industriali da folli argomentazioni cristiane, aveva nel tempo sviluppato specifiche tradizioni economiche e produttive divenute strutturali tanto nel commercio tessile (nel Rinascimento agli ebrei era concesso solamente il commercio degli stracci) che nei preziosi, in particolare nel commercio dei diamanti nelle Fiandre.

Per farla breve il popolo ebraico si riconosceva come “comunità” sparsa su tutto il continente, ovvero transnazionale, e come tale esercitava un commercio e una gestione del risparmio (banche e assicurazioni) che si ponevano al di fuori dell’economia nazional-regolamentata proposta dai regimi totalitari. Da qui le persecuzioni, le spogliazioni dei beni, fino alla Shoah.

Davanti alle misure assunte dal nazismo e dal fascismo rispetto alle comunità ebraiche va osservato che né l’Inghilterra né gli USA mossero un muscolo fino alla fine della Seconda Guerra mondiale, quando le esigenze energetiche resero utile e necessario per le grandi società petrolifere anglo americane l’insediamento di uno Stato controllore e controllato nella problematica area medio orientale. All’uopo si ricorda che mentre Londra (plenipotenziaria in Palestina e Siria) era favorevole alla costituzione e al riconoscimento dello Stato di Israele già nel ’46, gli USA accettarono con riluttanza il riconoscimento del nuovo Stato attraverso le Nazioni Unite da poco istituite solamente nel 1947.

Oggi il ruolo di “nemico” è passato all’Islam.

Sharia, Umma e Finanza

L’Islam è strutturalmente “comunità”, la Umma che indica l’insieme dei fedeli tenuti ad ottemperare le norme e le regole proposte dal Corano.

Il Corano definisce quindi la Sharia, l’insieme delle regole che governano la Comunità, tra le quali si individuano l’obbligo della Carità (bakhshish) in capo ai ricchi a favore dei bisognosi, e il divieto assoluto di speculazione, di interesse e di usura, un regime profondamente intriso, agli occhi occidentali, di eccessivo socialismo politico.

La Finanza della Sharia impone non “il prestito di denaro soggetto a interesse”, che per il Corano è usura e peccato, bensì la “partecipazione all’impresa finanziabile” da parte dei finanziatori, banche o privati che siano. Impone in sostanza la condivisione del rischio, nel bene e nel male, il che fa rabbrividire le nostre istituzioni del credito che sulla speculazione e i tassi di interesse hanno costruito, nei secoli, il proprio vantaggio.

Oggi, quindi, attraverso l’imponente attività migratoria che dal Mediterraneo meridionale ha portato molti mussulmani in Europa, il “credito” occidentale identifica in questa massa umana transnazionale e dal differente concetto di economia che vieta lo sfruttamento speculativo, un pericolo sostanziale e a quel pericolo risponde diffondendo a piene mani l’Islamofobia.

Il particolare e il generale

Così si assumono i particolari definiti da regimi specifici e fondamentalisti (Iran e Afghanistan talebano negli ultimi decenni) e la segregazione del mondo femminile presenti in quei regimi particolari per lanciare campagne di denigrazione rispetto a tutto il mondo islamico, un mondo composto da oltre 2 miliardi di persone che vivono in un’area geografica compresa tra il Marocco e l’Indonesia: un mondo, si osserverà, prevalentemente orientato ad una politica vicina al mondo BRICS più che a quello del G7.

Episodi e ambienti particolari vengono allora presentati come forme strutturali e pervasive, non raramente operando vere e proprie campagne mistificatorie a base di manipolazione di immagini e di commenti, generando un diffuso malcontento nell’opinione pubblica, malcontento che si aggiunge (e questo va detto) a comportamenti fastidiosi, maleducati e a volte offensivi posti in essere da una minoranza di migranti che vivono e si collocano nelle fasce sociali più marginali del nostro mondo.

L’Islamofobia attuale è la figlia dell’Antisemitismo del secolo scorso e ne riproduce fedelmente le motivazioni che sono motivazioni di tutela del modello economico e finanziario del capitalismo.

Prenderne atto è un passo avanti verso nuove politiche dell’accoglienza e dell’integrazione.

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