La modernizzazione dell’economia e la sicurezza delle città sono due delle sfide più delicate per il Paese. Apparentemente distanti, condividono una questione di fondo: la capacità delle istituzioni di anticipare i problemi, anziché limitarsi a intervenire quando i costi sociali sono già diventati evidenti. È lungo questa linea che si collocano gli interventi di Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, sulla trasformazione del settore dei call center, e di Sandro Ruotolo, componente della segreteria nazionale del Partito democratico ed europarlamentare, sulle politiche del governo Meloni in materia di sicurezza.
Due ambiti differenti, un interrogativo comune: quale ruolo deve assumere lo Stato di fronte alle trasformazioni che investono il lavoro e la società? Per Appendino, la priorità è impedire che l’innovazione tecnologica si traduca in una nuova emergenza occupazionale, con migliaia di persone espulse dal mercato del lavoro e difficilmente ricollocabili. Per Ruotolo, il problema riguarda invece l’impostazione delle politiche di sicurezza, che, a suo giudizio, rischiano di privilegiare la risposta penale rispetto agli investimenti nella prevenzione, nell’educazione e nel contrasto alle disuguaglianze.
Call center, la transizione tecnologica non diventi una fabbrica di esodati
Il settore dei call center sta attraversando una fase di profonda trasformazione, sospinto dall’evoluzione tecnologica, dall’automazione dei processi e dalla crescente diffusione degli strumenti di intelligenza artificiale. Un cambiamento che investe l’organizzazione delle imprese, le modalità di relazione con i clienti e le competenze richieste agli operatori, mettendo sotto pressione un comparto che occupa migliaia di lavoratrici e lavoratori.
La questione, tuttavia, non può essere ridotta a un semplice processo di efficientamento aziendale. Dietro la riorganizzazione dei servizi e l’introduzione di nuove tecnologie c’è il rischio concreto che una parte della forza lavoro perda progressivamente la propria collocazione professionale, senza disporre degli strumenti necessari per accedere a nuove opportunità.
È questo il punto sollevato da Chiara Appendino durante l’audizione dei sindacati in Commissione. La deputata del Movimento 5 Stelle ha denunciato il pericolo di una crescita degli esuberi in un settore nel quale la velocità dell’innovazione potrebbe superare la capacità delle politiche pubbliche di accompagnare i lavoratori verso nuove mansioni.
Il rischio, nella sua analisi, è quello di produrre migliaia di esodati tecnologici: persone che non perdono necessariamente il lavoro perché prive di esperienza o di professionalità, ma perché le competenze sulle quali hanno costruito la propria carriera diventano progressivamente meno richieste. Un fenomeno che, se non affrontato per tempo, può trasformarsi in un problema strutturale, soprattutto per chi ha un’età, un percorso professionale o una condizione personale che rendono più difficile il reinserimento occupazionale.
La transizione tecnologica, del resto, non determina automaticamente un saldo positivo per l’occupazione. Può creare nuove figure professionali e migliorare la produttività, ma può anche restringere gli spazi lavorativi tradizionali, concentrare le opportunità e accentuare le distanze tra chi possiede le competenze necessarie per adattarsi e chi rischia di restare escluso.
Per questo, secondo Appendino, non è sufficiente prendere atto dei cambiamenti in corso. Occorre predisporre strumenti di tutela, percorsi di riqualificazione e politiche industriali capaci di governare la trasformazione, evitando che il costo dell’innovazione ricada prevalentemente sui lavoratori.
Ammortizzatori sociali, formazione e partecipate pubbliche: le tre priorità
La proposta avanzata dalla deputata del Movimento 5 Stelle si articola lungo tre direttrici: garantire la tenuta degli ammortizzatori sociali, accelerare gli interventi di formazione e chiamare le società partecipate dallo Stato a una maggiore responsabilità nella gestione delle trasformazioni organizzative.
Il primo nodo riguarda il fondo destinato agli ammortizzatori sociali, che Appendino chiede di mettere in sicurezza attraverso la prossima manovra finanziaria. La deputata sottolinea che si tratta di uno strumento già finanziato dai lavoratori stessi e sostiene che il governo debba garantirne la continuità e l’effettiva operatività.
Il messaggio politico è netto: le risorse destinate a proteggere chi rischia di perdere il lavoro non possono essere considerate una voce secondaria del bilancio pubblico. In una fase di cambiamento accelerato, la disponibilità di strumenti di sostegno al reddito può fare la differenza tra una transizione gestita e una crisi occupazionale destinata a protrarsi nel tempo.
Appendino avverte inoltre che, in assenza di un intervento del governo in legge di bilancio, il Movimento 5 Stelle è pronto a lavorare in commissione parlamentare alla presentazione di un emendamento. Una disponibilità che punta a mantenere aperto il confronto istituzionale e a trasformare la richiesta di tutela in una proposta concreta sul piano legislativo.
La seconda priorità è la formazione. Non una misura accessoria da attivare quando gli esuberi sono già stati annunciati, ma una componente centrale delle politiche industriali e del lavoro. Riqualificare significa consentire agli operatori di acquisire competenze spendibili in attività differenti, accompagnandoli verso nuove mansioni prima che la perdita del posto diventi definitiva.
Perché questo avvenga, tuttavia, i percorsi formativi devono essere tempestivi, adeguati alle esigenze del mercato e collegati a concrete opportunità occupazionali. La formazione rischia altrimenti di restare una risposta formale, incapace di colmare la distanza tra le competenze disponibili e quelle richieste dalle imprese.
La terza direttrice riguarda le società partecipate pubbliche. Appendino chiede che queste realtà cessino di contribuire alla produzione di esuberi e diventino invece un riferimento per una gestione socialmente responsabile dell’innovazione.
Il tema ha una rilevanza che supera il singolo comparto. Le imprese partecipate dallo Stato, proprio in ragione del loro legame con il settore pubblico, sono chiamate a confrontarsi con un livello particolarmente elevato di responsabilità nei confronti dell’occupazione, dei territori e della qualità dei servizi. La loro funzione, nella prospettiva indicata dalla deputata, dovrebbe essere quella di dimostrare che la trasformazione tecnologica può procedere senza tradursi automaticamente in una riduzione delle tutele.
La richiesta è dunque di partire proprio da queste aziende, affinché diventino un laboratorio di buone pratiche nella gestione dei processi di cambiamento. Non un freno all’innovazione, ma un modello nel quale l’efficienza organizzativa sia compatibile con la salvaguardia delle professionalità e con la ricerca di nuove occasioni di impiego.
Un tavolo atteso da due anni, ora servono risposte
Un altro elemento evidenziato da Appendino è il ritardo del confronto istituzionale. Dopo due anni di attesa, il tavolo dedicato alla crisi del settore è stato convocato dai ministri Adolfo Urso e Marina Calderone per il 12 novembre.
La convocazione rappresenta un passaggio atteso, ma per il Movimento 5 Stelle non può essere considerata un risultato sufficiente. La questione centrale è capire quali decisioni seguiranno all’incontro, quali risorse saranno messe a disposizione e con quali tempi verranno attivate le misure necessarie.
Il calendario istituzionale, da solo, non risolve le difficoltà delle imprese e dei lavoratori. In un comparto esposto a cambiamenti rapidi, ogni rinvio rischia di restringere ulteriormente il margine d’intervento e di rendere più complesso il ricollocamento delle persone coinvolte.
La sfida è passare da un confronto periodico a una strategia coordinata, capace di coinvolgere governo, imprese, sindacati e istituzioni pubbliche. Una strategia che individui con chiarezza gli strumenti di sostegno, definisca le responsabilità dei diversi soggetti e verifichi l’efficacia delle misure adottate.
La transizione tecnologica, infatti, non si esaurisce nel momento in cui un’impresa introduce un nuovo sistema o modifica il proprio modello operativo. I suoi effetti si distribuiscono nel tempo e incidono sulle famiglie, sui consumi, sui territori e sulla tenuta dei sistemi di protezione sociale.
È anche per questo che il confronto sui call center assume un valore più ampio: riguarda il modo in cui l’Italia intende affrontare l’impatto dell’automazione sul lavoro e la capacità di costruire un modello nel quale l’innovazione non coincida con l’espulsione delle persone dai processi produttivi.
Sicurezza, il confronto sul decreto del governo Meloni
Sul terreno della sicurezza, la critica all’esecutivo arriva da Sandro Ruotolo, che contesta l’impostazione repressiva attribuita alla politica del governo Meloni e alla bozza del nuovo decreto Sicurezza.
Secondo l’esponente del Partito democratico, la risposta della maggioranza agli episodi di violenza, ai disordini e alle proteste che degenerano tende a concentrarsi sull’introduzione di nuove fattispecie di reato e sull’inasprimento delle pene. Una strategia che, nella sua valutazione, rischia di confondere la necessità di contrastare i comportamenti illegali con la convinzione che la sanzione penale possa, da sola, risolvere le cause profonde del disagio sociale.
Ruotolo riassume questa critica con una formula volutamente polemica: «La destra ha una sola idea di sicurezza: carcere, carcere, carcere». Il bersaglio è un approccio che, a suo giudizio, privilegia la repressione rispetto a un investimento strutturale nella prevenzione.
La questione si fa particolarmente delicata quando riguarda i giovani e i minorenni coinvolti in episodi di violenza o disordine pubblico. L’eventuale introduzione di nuove misure penali e l’inasprimento delle conseguenze sanzionatorie pongono infatti interrogativi che non si esauriscono nella risposta immediata agli episodi di cronaca.
Contrastare la violenza è un dovere delle istituzioni. Ma la capacità di uno Stato di garantire sicurezza si misura anche nella possibilità di ridurre le condizioni che alimentano l’esclusione, intercettare tempestivamente le situazioni di fragilità e offrire alternative concrete ai percorsi di marginalità.
È su questo terreno che si sviluppa la critica del Pd. Ruotolo sostiene che nella bozza del nuovo decreto non emergano risposte strutturali adeguate al malessere delle nuove generazioni. Al centro della sua contestazione ci sono l’assenza, a suo giudizio, di interventi sufficientemente incisivi sul piano educativo e sociale e il rischio che la politica si limiti a intervenire quando il disagio si è già trasformato in un problema di ordine pubblico.
Prevenire prima di reprimere: il ruolo di scuola, famiglie e servizi sociali
La domanda sollevata da Ruotolo riguarda ciò che accade prima dell’intervento delle forze dell’ordine e della magistratura. Dove sono gli educatori, gli assistenti sociali, i servizi di sostegno alle famiglie? Quali strumenti vengono messi a disposizione delle scuole e delle comunità per intercettare le situazioni di difficoltà? E quanto investe lo Stato nella costruzione di opportunità per i giovani che vivono in contesti caratterizzati da povertà educativa e scarse prospettive occupazionali?
Sono interrogativi che riportano il tema della sicurezza al di là della dimensione strettamente penale. La prevenzione richiede risorse, personale qualificato, continuità degli interventi e una rete territoriale in grado di collaborare con scuole, famiglie, associazioni e amministrazioni locali.
Non si tratta di negare la necessità di sanzionare chi commette reati, né di attenuare la gravità degli episodi di violenza. La questione, piuttosto, è stabilire se la repressione debba rappresentare l’asse portante delle politiche di sicurezza o se debba inserirsi in una strategia più ampia, nella quale prevenzione e intervento sociale abbiano un ruolo altrettanto determinante.
L’inasprimento delle pene può rispondere a una domanda immediata di fermezza e contribuire a definire le conseguenze dei comportamenti illeciti. Non sostituisce, tuttavia, le politiche necessarie a contrastare l’abbandono scolastico, sostenere i nuclei familiari in difficoltà, garantire servizi educativi accessibili e offrire spazi di aggregazione e crescita.
La sfida è particolarmente rilevante per gli adolescenti, una fascia d’età nella quale l’assenza di punti di riferimento e di opportunità può aggravare situazioni già difficili. Una politica pubblica efficace deve essere in grado di distinguere tra la responsabilità individuale e il contesto sociale nel quale maturano determinati comportamenti, senza confondere la comprensione delle cause con una giustificazione della violenza.
In questa prospettiva, la prevenzione non rappresenta un’alternativa alla sicurezza, ma una delle condizioni che possono renderla più solida e duratura.
Periferie e Mezzogiorno, il nodo delle disuguaglianze
Nel suo intervento, Ruotolo richiama con particolare attenzione le periferie urbane e il Mezzogiorno, descrivendo quest’ultimo come la «grande periferia dei diritti». Un’espressione che sintetizza la denuncia di divari territoriali nell’accesso ai servizi, alle opportunità formative e alle prospettive di lavoro.
Il riferimento non riguarda soltanto la distribuzione geografica delle risorse. Chiama in causa la qualità dei servizi pubblici e la possibilità concreta, per bambini e adolescenti, di crescere in contesti nei quali la scuola, lo sport, la cultura e le attività educative rappresentino alternative accessibili e continuative.
Le disuguaglianze territoriali possono infatti tradursi in disuguaglianze nelle opportunità individuali. La disponibilità di un asilo nido, di una scuola a tempo pieno, di un centro sportivo o di uno spazio culturale non è un elemento marginale della vita di una comunità: può incidere sulle possibilità di apprendimento, sulla socializzazione, sul sostegno alle famiglie e sulla prevenzione dell’isolamento.
Quando questi servizi sono insufficienti o difficilmente accessibili, il peso delle difficoltà ricade soprattutto sulle famiglie con minori risorse economiche e relazionali. E nei territori in cui le opportunità scarseggiano, la capacità delle istituzioni di intervenire precocemente diventa ancora più importante.
Il richiamo alle periferie e al Mezzogiorno sposta dunque il dibattito dal singolo episodio di cronaca alla qualità delle politiche pubbliche. La sicurezza non dipende esclusivamente dalla presenza delle forze dell’ordine, ma anche dalla capacità di garantire servizi, rafforzare la coesione sociale e impedire che intere aree del Paese siano private di opportunità essenziali.
Questo non significa attribuire automaticamente alla povertà o alla marginalità la responsabilità della violenza. Significa riconoscere che l’assenza di servizi e prospettive può aggravare le fragilità e che una strategia di prevenzione deve intervenire proprio su quei fattori che rendono più difficile costruire percorsi di inclusione.
Il piano straordinario proposto dal Pd
La risposta indicata da Ruotolo è un piano nazionale straordinario dedicato all’infanzia, all’adolescenza e alle periferie. Un progetto che, nelle intenzioni illustrate dall’esponente dem, dovrebbe mettere insieme politiche educative, sostegno alle famiglie, accesso allo sport e alla cultura e opportunità di lavoro.
Tra le priorità figurano il potenziamento della scuola a tempo pieno e il rafforzamento dei servizi educativi per la fascia da zero a sei anni. Due ambiti che incidono direttamente sulle possibilità di sviluppo dei bambini e sulla capacità delle famiglie di conciliare responsabilità di cura e attività lavorativa.
L’estensione dei servizi per la prima infanzia può contribuire a ridurre le disuguaglianze nelle opportunità di apprendimento, mentre una maggiore disponibilità di tempo scuola può offrire agli studenti occasioni ulteriori di formazione, socializzazione e crescita. Per produrre risultati, tuttavia, questi interventi devono essere accompagnati da risorse adeguate, personale qualificato, strutture idonee e una distribuzione territoriale capace di raggiungere le aree più svantaggiate.
Il piano immaginato dal Pd comprende inoltre il sostegno alle famiglie, con l’obiettivo di evitare che le difficoltà economiche o la carenza di servizi si traducano in isolamento e riduzione delle opportunità per i minori.
Sport e cultura vengono indicati come ulteriori strumenti di inclusione. Attività che possono offrire spazi di aggregazione, rafforzare il senso di appartenenza a una comunità e consentire ai giovani di sviluppare capacità e interessi al di fuori dell’ambiente scolastico. Anche in questo caso, la condizione essenziale è che le opportunità non siano riservate soltanto a chi può permettersele, ma risultino accessibili anche alle famiglie con redditi più bassi.
Infine, il lavoro. Per Ruotolo, una politica rivolta alle nuove generazioni non può prescindere dalla costruzione di prospettive occupazionali. La possibilità di immaginare un futuro autonomo, acquisire competenze e trovare un impiego stabile rappresenta una componente essenziale dell’inclusione sociale.
La proposta, per tradursi in risultati verificabili, dovrebbe quindi confrontarsi con questioni decisive: la disponibilità delle risorse, il coordinamento tra amministrazioni centrali e territori, i tempi di attuazione e gli strumenti per misurare l’efficacia degli interventi. È su questi aspetti che un piano nazionale può dimostrare di essere qualcosa di più di una dichiarazione d’intenti.
Due emergenze diverse, una questione politica comune
Le posizioni espresse da Appendino e Ruotolo appartengono a due partiti distinti e riguardano ambiti differenti. La prima affronta il rischio di espulsione dal mercato del lavoro in un settore investito dall’innovazione; il secondo contesta l’impostazione delle politiche di sicurezza e chiede un maggiore investimento nella prevenzione del disagio giovanile.
Il filo che collega i due interventi è il rapporto tra responsabilità pubblica e trasformazioni sociali. In entrambi i casi, la critica riguarda il rischio che le istituzioni intervengano quando le conseguenze dei cambiamenti sono ormai difficili da correggere, anziché predisporre strumenti in grado di anticiparle.
Nel mercato del lavoro, questo significa accompagnare l’introduzione delle nuove tecnologie con formazione, ammortizzatori sociali e percorsi credibili di ricollocamento. Nelle politiche di sicurezza, significa affiancare al contrasto dei reati investimenti nella scuola, nei servizi territoriali, nel sostegno alle famiglie e nelle opportunità per i giovani.
La distinzione tra i due ambiti resta fondamentale. Un lavoratore che perde il posto a causa di una riorganizzazione aziendale non si trova nella stessa condizione di un adolescente coinvolto in un episodio di violenza. Ma entrambi i temi sollevano una questione di capacità istituzionale: quanto lo Stato riesce a intervenire prima che un problema diventi un’emergenza e quanto è in grado di distribuire nel tempo le risorse necessarie a gestirlo.
Il confronto politico si concentra così su due modelli di intervento. Da una parte, quello che privilegia la risposta immediata, che sia l’espulsione di personale considerato non più necessario o l’inasprimento delle sanzioni. Dall’altra, quello che punta a costruire strumenti di accompagnamento, prevenzione e inclusione, senza escludere la necessità di decisioni ferme quando le circostanze lo richiedono.
La differenza non è soltanto teorica. Si misura nella continuità dei finanziamenti, nella qualità dei servizi, nella capacità di coordinare le amministrazioni e nella possibilità di verificare se gli interventi producano risultati concreti.
La prova decisiva sarà passare dalle dichiarazioni ai risultati
Per il settore dei call center, il primo banco di prova è rappresentato dal tavolo convocato per il 12 novembre. Sarà importante capire se il confronto consentirà di definire impegni precisi sulla tenuta del fondo per gli ammortizzatori sociali, sul rafforzamento della formazione e sulla responsabilità delle partecipate pubbliche. La convocazione costituisce un passaggio istituzionale atteso, ma l’efficacia del percorso dipenderà dalle decisioni successive.
Sul fronte della sicurezza, il confronto sulla bozza del decreto e sulle misure rivolte ai minorenni riporta al centro la questione dell’equilibrio tra repressione e prevenzione. La richiesta avanzata da Ruotolo è che il governo affianchi alle misure penali una strategia sociale più incisiva, capace di affrontare le condizioni di fragilità che possono precedere l’esplosione del disagio.
In entrambi i casi, il punto decisivo sarà la capacità di tradurre le parole in politiche sostenibili, finanziate e verificabili. Perché né la trasformazione tecnologica né il disagio giovanile possono essere governati con risposte esclusivamente emergenziali.
La modernizzazione dell’economia richiede strumenti che consentano alle persone di cambiare professionalità senza essere abbandonate al proprio destino. La sicurezza richiede istituzioni in grado di contrastare i reati e, allo stesso tempo, di offrire ai cittadini le condizioni per vivere in contesti meno esposti all’esclusione.
È questa, in definitiva, la questione che attraversa i due interventi: non scegliere tra innovazione e tutela, né tra legalità e inclusione, ma costruire politiche pubbliche capaci di tenere insieme questi obiettivi. Una sfida che riguarda la credibilità delle istituzioni e la loro capacità di dimostrare che il cambiamento può essere governato senza lasciare indietro chi dispone di meno strumenti per affrontarlo.

