22 Ottobre 2026, giovedì
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Cina contro l’allarme sull’Ia: «Rallentare significa consegnare il vantaggio a Pechino»

Da Gates a Musk, passando per i vertici di Anthropic e OpenAI, cresce il fronte di chi chiede prudenza davanti alla corsa verso sistemi sempre più potenti. Pechino respinge l’allarmismo e avverte: l’intelligenza artificiale è ormai un terreno decisivo della competizione tra grandi potenze. L’Onu rilancia: senza regole, a rischio anche democrazia, privacy e diritti umani.

La corsa all’intelligenza artificiale ha ormai assunto i contorni di una partita nella quale tecnologia, sicurezza nazionale e potere geopolitico si intrecciano sempre più strettamente. Da una parte c’è chi invita a rallentare, a costruire argini prima che la potenza dei nuovi sistemi superi la capacità degli Stati di governarli. Dall’altra c’è chi considera proprio il rallentamento il rischio più immediato: perdere terreno nella competizione globale.

La Cina appartiene senza esitazioni al secondo fronte.

Pechino ha reagito con durezza agli appelli arrivati dai vertici delle grandi aziende americane dell’Ia, contrari a una corsa senza sufficienti garanzie di sicurezza. Per il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun, alimentare l’allarme, contrapporre i Paesi e trasformare la tecnologia in una gara di paura e sospetti non aiuta a costruire una governance globale dell’intelligenza artificiale. Al contrario, rischia di ostacolarla.

La posizione cinese, però, è tutt’altro che un invito a procedere senza freni. Il messaggio di Pechino è più articolato: l’Ia va sviluppata rapidamente, ma allo stesso tempo deve essere sottoposta a strumenti di prevenzione e controllo dei rischi. È una distinzione tutt’altro che secondaria, perché rivela la vera posta in gioco. La questione non è più soltanto quanto velocemente evolverà l’intelligenza artificiale, ma chi riuscirà a governarne l’evoluzione.

A dirlo con particolare chiarezza è stato Chen Yixin, ministro cinese della Sicurezza di Stato e responsabile dell’intelligence di Pechino. In un lungo intervento pubblicato online ha definito l’intelligenza artificiale il principale terreno di scontro della competizione tecnologica internazionale e una nuova arena della rivalità strategica tra le grandi potenze.

Per la Cina, dunque, l’Ia non è semplicemente una rivoluzione industriale. È anche una questione di sovranità.

Chen ha messo in guardia dall’utilizzo della tecnologia da parte di potenze straniere per raccogliere informazioni sensibili e per alimentare campagne di manipolazione dell’opinione pubblica. Web crawler intelligenti, sistemi di estrazione e analisi dei dati e strumenti avanzati di profilazione, secondo il ministro, potrebbero essere impiegati per acquisire informazioni strategiche, segreti commerciali, dati personali e informazioni legate alla sicurezza nazionale.

Ma la preoccupazione cinese riguarda anche la capacità dell’Ia di diventare uno strumento di guerra cognitiva. Secondo Chen, tecnologie generative potrebbero essere utilizzate per fabbricare voci politiche, diffondere contenuti dannosi e condizionare il dibattito pubblico, fino a trasformare l’informazione in un vero campo di battaglia.

È il paradosso della nuova corsa tecnologica: gli stessi strumenti che Pechino considera indispensabili per il proprio sviluppo sono anche quelli che teme possano essere utilizzati contro di essa.

Il tema assume un peso ancora maggiore guardando alla dimensione militare. I recenti conflitti hanno mostrato quanto l’intelligenza artificiale possa incidere sulla capacità di raccogliere informazioni, individuare obiettivi, elaborare dati e prendere decisioni sul campo. Per questo la Cina considera essenziale mantenere il controllo sulle tecnologie strategiche, a partire dai chip avanzati necessari per addestrare i modelli più potenti.

La sovranità tecnologica passa quindi anche dai semiconduttori. E la competizione con gli Stati Uniti non riguarda più soltanto quale Paese costruirà l’Ia migliore, ma chi controllerà le infrastrutture, i dati e i componenti indispensabili per farla funzionare.

In questo scenario si inserisce anche Donald Trump, che ha scelto di schierarsi contro quello che considera un eccesso di allarmismo. Il presidente americano ha accusato alcuni esponenti dell’industria tecnologica di voler frenare un settore strategico e ha sostenuto che un irrigidimento delle regole potrebbe finire per avvantaggiare proprio la Cina.

Il bersaglio più evidente delle sue critiche è Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, tra i manager che hanno espresso maggiore preoccupazione per la velocità con cui vengono sviluppati sistemi sempre più avanzati. Trump considera questo atteggiamento un potenziale ostacolo alla leadership americana e ha denunciato quella che definisce una sorta di “cospirazione” contro l’Ia e i data center.

Il messaggio della Casa Bianca è dunque opposto a quello dell’Onu: non è la velocità della corsa a costituire necessariamente il problema, ma il rischio che gli Stati Uniti rallentino mentre altri continuano ad avanzare.

Il fronte dell’allarme

Eppure il fronte dei preoccupati continua ad allargarsi.

Prima Bill Gates, poi il ricercatore di Anthropic Jacob Coxon, quindi lo stesso Amodei e il numero uno di OpenAI Sam Altman. Anche Elon Musk, pur da una posizione spesso radicalmente diversa rispetto agli altri protagonisti della Silicon Valley, ha più volte lanciato avvertimenti sui rischi legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

A questi nomi si aggiunge ora quello di Volker Türk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. E qui la prospettiva cambia radicalmente. Il problema non viene affrontato dal punto di vista della concorrenza tra aziende o della leadership tecnologica, ma da quello dei diritti fondamentali.

Per Türk, il tempo a disposizione per costruire regole efficaci si sta restringendo. La velocità dello sviluppo tecnologico rischia infatti di lasciare indietro la capacità normativa e istituzionale degli Stati.

In una lettera rivolta ai governi e alle principali aziende del settore, l’Alto Commissario ha parlato di una possibile svolta irreversibile, destinata a incidere non soltanto sulla generazione attuale ma anche su quelle future.

Il punto centrale del suo ragionamento è semplice: più l’Ia diventa potente, maggiore diventa il costo di un suo eventuale malfunzionamento o utilizzo irresponsabile.

Un sistema compromesso potrebbe, secondo Türk, provocare conseguenze molto più ampie di quelle di un normale errore informatico. Potrebbe paralizzare servizi essenziali, interferire con le comunicazioni, destabilizzare infrastrutture critiche e arrivare a colpire le stesse istituzioni democratiche.

Non è però soltanto lo scenario estremo a preoccupare le Nazioni Unite. I rischi sono già visibili nella vita quotidiana.

L’automazione può lasciare indietro le persone meno attrezzate per affrontarla. L’enorme quantità di dati richiesta dai nuovi sistemi può trasformarsi in una pressione crescente sulla privacy. Gli strumenti di sorveglianza diventano più sofisticati e capillari. E la produzione automatizzata di contenuti può rendere sempre più difficile distinguere un’informazione autentica da una costruita artificialmente.

È soprattutto sul terreno dell’informazione che la sfida potrebbe diventare decisiva. La disinformazione generata o amplificata dall’Ia può alterare il dibattito pubblico, alimentare polarizzazione, indebolire la fiducia nelle istituzioni e rendere più fragile la coesione sociale.

In altre parole, l’intelligenza artificiale potrebbe non avere bisogno di sostituire la democrazia per indebolirla. Potrebbe bastare renderne più difficile il funzionamento.

La partita delle regole

Da qui l’appello di Türk agli Stati e alle aziende: la governance dell’Ia deve procedere alla stessa velocità della tecnologia.

L’Onu chiede in particolare controlli indipendenti e competenti sulle capacità dei sistemi più avanzati, con la possibilità per gli organismi di verifica di accedere ai modelli, alla documentazione tecnica e agli ambienti di test. Alle aziende viene inoltre chiesto di adottare procedure permanenti di valutazione dell’impatto sui diritti umani.

La parola chiave è responsabilità. Non basta sviluppare modelli più potenti. Occorre sapere prima, e non dopo, quali conseguenze possono produrre.

È qui che lo scontro tra le due visioni diventa più interessante. Pechino sostiene che l’allarmismo possa trasformarsi in un freno alla competizione e quindi in un vantaggio per chi non rallenta. Washington teme che troppe regole possano compromettere la leadership americana. Le Nazioni Unite ribattono che senza regole il prezzo della competizione potrebbe essere pagato dalla società nel suo complesso.

Tre prospettive diverse, una stessa consapevolezza: l’intelligenza artificiale è ormai uscita dai laboratori.

È diventata una questione di sicurezza, di economia, di geopolitica e di democrazia. E mentre Stati Uniti e Cina si preparano a confrontarsi anche su questo terreno, la domanda non è più se l’Ia cambierà il mondo. La vera domanda è chi riuscirà a decidere come cambiarlo.

Perché nella nuova corsa tecnologica il vantaggio non sarà necessariamente di chi arriverà per primo. Potrebbe essere di chi riuscirà a trovare, prima degli altri, il modo di tenere insieme innovazione e controllo, potenza e responsabilità.

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