29 Ottobre 2026, giovedì
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Il modello, il popolo e il richiamo della foresta

Dalla violenza del modello economico dominante alla cultura del branco: se non cambiamo radicalmente il paradigma sociale, l'insicurezza rischia di trasformare la società in una nuova frontiera dove vince il più forte.

A cura di Gilberto Borzini

La violenza si va affermando come soluzione delle controversie a qualsiasi livello.

Qualcuno, da qualche parte, ha aperto il vaso di Pandora e tutti i rancori hanno invaso il mondo. Quel qualcuno è l’economia.

Mesi addietro un amico fraterno, parlando dei Paesi un tempo in via di sviluppo e oggi diversamente sviluppati, affermava inorridito: “ci odiano! ma perché?”.

Perché dopo quattro secoli di colonialismo, l’ultima invenzione del quale fu il turismo, dopo centinaia di anni di sfruttamento, di imposizioni civili, sociali, economiche e militari, ora possono affermare la propria identità.

Bisognerà che chi viaggia impari presto il Mandarino e l’Arabo perché mi sa che a breve le lingue europee, spagnolo escluso, non saranno più considerate “lingue franche”, aborrite piuttosto nei luoghi che videro in azione gli imperi britannici e francesi o la malagrazia statunitense.

Bisognerà apprendere la grafia cirillica e gli ideogrammi cinesi per percepirsi persone di mondo. Ma soprattutto bisognerà sapersi difendere.

Il modello

A capo di una delle nazioni più rilevanti del pianeta c’è un volgarissimo e attempato signore che quando vuole una cosa se la prende, con le buone o con le cattive ma preferibilmente con le seconde che procurano più soddisfazione.

Non è nato con quella cattiveria o quell’arroganza addosso, ma è diventato arrogante e cattivo apprendendo il mestiere del Capitalista statunitense, dove il business è semplicemente questione di forza, di arroganza, di furbizia, di scaltrezza e di potere; dove per primeggiare devi continuamente acquisire per crescere, dove non esistono pietà o comprensione: chi spara per primo vince.

È il modello economico prevalente, l’altro ieri commerciale, ieri produttivo e oggi finanziario: si chiama Capitalismo e afferma il diritto sacrosanto alla Proprietà e allo Sfruttamento delle risorse disponibili per ottenere il proprio vantaggio, anche quando le risorse sono umane.

Così, per disporre delle risorse, il Capitale non esita a invadere, possedere, rubare, spacciando le proprie ruberie come atto di democrazia economica e costruendo su quel dettato infiniti articolati di Diritto commerciale perennemente a proprio vantaggio.

Così strangola il debitore sottraendogli proprietà.

Così sfrutta l’affamato rendendolo schiavo nell’illusione della libertà.

Questo è il Modello. Cosa sperate che impari, da questo modello, il popolo?

Il Popolo

Al Popolo, per qualche motivo, piacciono i vincitori.

Dai tempi delle olimpiadi greche il vincitore viene portato in trionfo e lo sconfitto dimenticato. Negli anfiteatri romani per lo sconfitto non c’era pietà: pollice verso e fine della storia.

Al Popolo, per qualche motivo, piacciono anche i soldi.

Perché senza soldi non vai da nessuna parte. Perché solo con i soldi ottieni attenzione e rispetto. Perchè se hai soldi sei apprezzato e l’autostima ne gode.

Il Popolo, di solito, è tale perché povero.

E l’essere povero definisce un fastidio genericamente percepito, un fastidio che fa proprio il modello economico dell’arroganza e attribuisce alla violenza la strada percorribile per ottenere i soldi.

Se poi sei giovane, più o meno aitante, sei erede di un mondo colonizzato e la società in cui vivi ti considera con fastidio, difficilmente seguirai un corso di Etiquette e Bon-ton ma ti unirai a un branco capitanato da un rapper incazzoso e armato in cui girano eccitanti in dosi industriali e procaci ragazzine che hanno scordato la verginità in culla.

Il richiamo della foresta

Il richiamo allora diventa irresistibile. È quello delle vittime che emettono paura da ogni poro quando si intuiscono preda. È quello dell’adrenalina che ti invade dopo lo scontro. È quello del denaro che ti si ficca in tasca a missione ottenuta. È l’erezione permanente che ti rintrona mentre guardi l’ultimo stupro al cellulare. È lo sguardo ammirato del branco mentre pulisci la lama. È il terrore che scateni sventagliando col kalashnikov per strada. È il Potere raggiunto, agguantato fosse anche per una notte sola.

È un richiamo antico, originario, selvatico, chissà come iscritto a lettere di fuoco nel DNA di ognuno di noi, faticosamente stemperato e disorientato dall’addestramento al civismo, dall’educazione, dall’istruzione, da modelli di comportamento ipocriti ma gentili in cui si impara che il rispetto genera rispetto più di quanto non ottenga la forza.

È l’esempio quotidiano che ti mostra che il potere arrogante prende ciò che vuole e che i deboli finiscono persino col ringraziare il potere che li insulta e li deruba, perché economia e politica, che sono la stessa cosa pur se indossano giacche diverse, sono ormai maestre di vita, esempi da perseguire e imitare, modelli di adattamento pratico alla vita della foresta dove o sei lupo o sei preda.

Quindi

O saremo capaci di modificare radicalmente e strutturalmente il modello culturale che da quello economico deriva, o torneremo al far west in cui ognuno si sente libero di agire come crede per la propria difesa o per il proprio interesse.

Allo stato delle cose reagiamo inasprendo inutilmente le pene, intasando carceri e tribunali, mentre l’insicurezza da percezione si trasforma in disagio sociale.

Proseguendo sul percorso avviato finiremo prigionieri dei nostri stessi sistemi di sicurezza, riducendo gli spazi ai liberi cittadini e ampliando i territori percorribili per i branchi e per i lupi solitari.

È fondamentale modificare la struttura, il modello, il riferimento e definire un’economia sociale in grado di generare una società partecipativa e inclusiva.

Non mi sembra sussistano altre indicazioni.

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