26 Luglio 2026, domenica
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Venezuela, addio definitivo alla Corte penale internazionale: Caracas accusa la Cpi di “giustizia selettiva”

Il governo venezuelano formalizza il ritiro irrevocabile dallo Statuto di Roma: nel mirino presunti squilibri geografici e le indagini sui diritti umani. Una decisione che riaccende il dibattito sulla credibilità della giustizia internazionale.

Il Venezuela compie un passo destinato a pesare nel già delicato equilibrio della giustizia internazionale: Caracas ha ufficialmente notificato alle Nazioni Unite la propria decisione “ferma e irrevocabile” di ritirarsi dalla Corte penale internazionale (Cpi). L’annuncio è arrivato dal ministro degli Esteri, Felix Plasencia, attraverso un messaggio diffuso sui social, nel quale il governo ha chiarito le ragioni politiche e giuridiche di una scelta maturata nel tempo.

Alla base della decisione vi è una critica frontale all’operato della Corte, accusata di adottare un approccio discriminatorio. Secondo l’esecutivo venezuelano, la Cpi avrebbe mostrato una marcata “parzialità geografica”, concentrando la propria attività investigativa in modo sproporzionato sui Paesi del Sud globale, in particolare in Africa e America Latina. Una dinamica che, a giudizio di Caracas, tradirebbe il principio di universalità su cui dovrebbe fondarsi la giustizia internazionale.

La comunicazione ufficiale, inviata al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres su indicazione della presidente ad interim Delcy Rodríguez, sancisce l’avvio delle procedure previste dall’articolo 127 dello Statuto di Roma, che regolamenta il recesso degli Stati membri. Nel messaggio, Plasencia denuncia apertamente un sistema che, anziché garantire equità, sarebbe stato “strumentalizzato” per amplificare le disuguaglianze tra le nazioni e comprimere il diritto all’autodeterminazione.

Il ministro ha parlato senza mezzi termini di una “guerra legale” condotta attraverso strumenti giudiziari internazionali, accusando la Corte di operare al servizio di interessi estranei alla tutela dei popoli. Una posizione che si inserisce nella più ampia narrativa del governo venezuelano, da anni impegnato a respingere le accuse di violazioni dei diritti umani.

Non è un caso, infatti, che la decisione arrivi dopo un lungo periodo di tensioni con la Cpi. Già nel 2018 l’organismo aveva avviato un esame preliminare sul Venezuela per presunti crimini commessi dalle forze di sicurezza durante le proteste del 2017, nonché per le condizioni di detenzione di esponenti dell’opposizione. Negli anni successivi, l’attenzione della Corte si è intensificata, culminando con l’apertura di un ufficio a Caracas, volto a supportare il dialogo istituzionale e rafforzare le capacità investigative interne.

Tuttavia, quell’esperimento si è concluso rapidamente: la sede è stata chiusa pochi mesi dopo, complice la mancanza di progressi concreti nelle indagini nazionali e le difficoltà di cooperazione con il governo guidato da Nicolás Maduro. Da parte sua, l’esecutivo venezuelano ha sempre respinto ogni addebito, definendo le accuse infondate e politicamente motivate.

Il ritiro dalla Corte segna dunque un punto di rottura definitivo, ma apre anche interrogativi più ampi sul futuro della giustizia penale internazionale. La denuncia venezuelana di un sistema “a doppio standard” trova eco in altre realtà del Sud globale, alimentando un dibattito sempre più acceso sulla reale imparzialità delle istituzioni multilaterali.

In questo contesto, la scelta di Caracas non rappresenta soltanto un atto di politica estera, ma si configura come un gesto simbolico che mette in discussione la legittimità stessa degli strumenti internazionali deputati alla tutela dei diritti umani. Resta ora da capire quali saranno le conseguenze diplomatiche e giuridiche di una decisione destinata a far discutere a lungo.

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