5 Agosto 2026, mercoledì
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Energia e geopolitica, il prezzo della crisi: l’Europa brucia 500 milioni al giorno

Dallo Stretto di Hormuz ai banchi dell’Europarlamento, la tensione tra Stati Uniti e Iran scuote mercati e strategie: Bruxelles accelera sulla transizione, Washington punta sulla pressione economica su Teheran

La crisi tra Stati Uniti e Iran non si combatte soltanto sul terreno militare o diplomatico: il vero campo di battaglia, oggi, è quello energetico. E il conto più salato lo sta pagando l’Europa. A lanciare l’allarme è la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che dalla plenaria dell’Europarlamento ha tracciato un quadro netto: in appena sessanta giorni di conflitto in Medio Oriente, l’Unione ha visto lievitare la spesa per l’importazione di combustibili fossili di oltre 27 miliardi di euro, con una perdita quotidiana che sfiora i 500 milioni.

Una cifra che fotografa non solo l’impatto immediato della crisi, ma anche la vulnerabilità strutturale del sistema energetico europeo. “La direzione è evidente”, ha scandito von der Leyen, indicando nella riduzione della dipendenza dalle importazioni e nel rafforzamento della produzione interna di energia pulita la sola via percorribile. Un messaggio che suona come un’accelerazione politica sulla transizione energetica, ma anche come un monito: gli effetti di questa crisi potrebbero protrarsi per mesi, se non anni.

Sul fronte opposto dell’Atlantico, l’amministrazione guidata da Donald Trump adotta toni ben diversi. Durante una cena di Stato in onore di re Carlo III, il presidente americano ha rivendicato una vittoria “militare” sull’Iran, segnalando una postura assertiva che si riflette anche nelle strategie economiche. A chiarirne i contorni è il segretario al Tesoro, Scott Bessent, secondo cui il blocco del traffico navale imposto a Teheran starebbe colpendo duramente il settore petrolifero iraniano, al punto da poter costringere il Paese a ridurre la produzione di greggio.

Il nodo cruciale resta lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il commercio energetico globale. Qui si è registrato un segnale di parziale distensione: la superpetroliera giapponese Idemitsu Maru ha attraversato lo stretto, segnando il primo transito di una nave appartenente a una compagnia di raffinazione dall’inizio delle ostilità. Un passaggio reso possibile, secondo fonti governative nipponiche, da un’intensa attività negoziale condotta da Tokyo, senza il pagamento di pedaggi.

Un episodio isolato che tuttavia evidenzia quanto fragile resti l’equilibrio nella regione. Il controllo delle rotte marittime si conferma leva strategica decisiva, capace di incidere direttamente sui prezzi dell’energia e, di conseguenza, sulla stabilità economica globale.

In questo scenario, Bruxelles guarda anche al passato per evitare errori già commessi. Von der Leyen ha richiamato esplicitamente la gestione delle precedenti crisi energetiche, criticando l’uso indiscriminato delle risorse pubbliche: oltre 350 miliardi di euro, ha ricordato, sono stati spesi in misure non mirate, con effetti limitati su famiglie e imprese più vulnerabili e un peso significativo sui conti pubblici. Solo un quarto degli aiuti, infatti, è stato realmente indirizzato a chi ne aveva bisogno.

La lezione, oggi, è chiara: interventi più selettivi, capaci di proteggere i soggetti più esposti senza alimentare ulteriormente la domanda di gas e petrolio. Una linea che si intreccia con la sfida più ampia della sicurezza energetica europea, sospesa tra emergenza immediata e trasformazione strutturale.

Mentre le tensioni tra Washington e Teheran restano elevate, l’Europa si trova così stretta in una morsa: da un lato la volatilità dei mercati globali, dall’altro la necessità di ripensare in profondità il proprio modello energetico. Una transizione che non è più soltanto una scelta ambientale, ma una priorità geopolitica.

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