16 Agosto 2026, domenica
HomeItaliaCronaca“Tutti sapevano, ma nessuno ha parlato”

“Tutti sapevano, ma nessuno ha parlato”

La denuncia di Patrizia Mercolino dopo la morte del figlio di due anni all’ospedale Azienda Ospedaliera dei Colli - Ospedale Monaldi: il trapianto, il cuore che non riparte, i silenzi durati settimane. “Mi sono fidata, mi sento tradita. Qualcuno deve dire la verità”.

NAPOLI – «Finché non saprò la verità non posso dire chi ha sbagliato. Ma qualcuno parlerà, deve parlare. Perché mio figlio non c’è più e se n’è andato per colpa di qualcuno. Anzi, di più di uno. Di questo sono certa».

La voce di Patrizia Mercolino non è soltanto quella di una madre che ha perso un figlio. È un atto d’accusa, un grido che squarcia settimane di silenzio. Domenico aveva due anni. È morto dopo un trapianto di cuore all’ospedale Monaldi di Napoli, struttura d’eccellenza della cardiochirurgia del Sud. Il cuore ricevuto, però, si sarebbe rivelato danneggiato.

Da allora, per la madre, ogni parola pesa come un macigno. «Sicuramente ci avrò parlato, gli avrò anche stretto la mano», dice pensando a chi, in quelle ore, avrebbe commesso un errore. «Io ho la coscienza pulita. Loro no. Sono loro che devono vergognarsi per avermi guardata negli occhi».

La chiamata nella notte

La storia inizia la sera del 22 dicembre. Alle 22.30 arriva la telefonata: c’è un cuore disponibile. È la chiamata che ogni famiglia in lista d’attesa aspetta con speranza e paura. Patrizia e il marito si precipitano in ospedale. All’alba, Domenico è pronto per l’intervento.

«Alle 9.30 l’ho salutato prima che entrasse in sala operatoria», racconta. Il nuovo cuore arriva nel primo pomeriggio, intorno alle 14.30. Lei non si muove mai dal corridoio. Conta le ore, osserva porte che si aprono e si chiudono, cerca negli sguardi dei medici un segnale.

Poi, la comunicazione che nessun genitore dovrebbe ricevere: «C’è un problema».

Quale problema? «Il cuore non batte».

L’attesa, l’Ecmo, la speranza sospesa

Il bambino viene collegato all’Ecmo, la macchina che ossigena e sostiene il circolo sanguigno quando il cuore non riesce a farlo. «Mi dicevano: vediamo se riparte. Oppure è già in lista per un nuovo cuore». Parole tecniche che cercano di contenere l’angoscia, ma che per una madre suonano come un presagio.

Patrizia precisa: «Non ce l’ho con tutto il Monaldi. Resta un grande ospedale». Ma il punto, per lei, è un altro. «Domenico era pieno di vita. Entrava in ospedale con il suo cuoricino malato, sì, ma correva, giocava. Era un bambino normale».

Il trapianto avrebbe dovuto aprire una possibilità. Invece ha segnato l’inizio di un calvario.

Il sospetto e il silenzio

Secondo quanto emerso successivamente, il cuore trapiantato sarebbe stato compromesso. Un errore che, stando al racconto della madre, non sarebbe stato subito ammesso.

«Dal 23 dicembre sono passati quasi due mesi prima che la verità uscisse sui giornali», dice. «Perché hanno avuto paura. Tutti. Tutti quelli che erano lì e sapevano».

Parole che pesano come un’accusa collettiva. Patrizia è convinta che qualcuno fosse consapevole di ciò che non andava. «Non è possibile che nessuno sapesse niente. Tutti sapevano, ma nessuno ha parlato».

È qui che il dolore si trasforma in rabbia. «Mi sento tradita. Presa in giro. Io mi sono fidata. Gli ho affidato la vita di mio figlio. È una cosa che non posso perdonare».

Fiducia e frattura

Fino a quel momento, racconta, la fiducia nei medici era totale. «Adesso provo solo schifo», confessa con brutalità. Non è una condanna dell’intero sistema sanitario, ma la fotografia di una frattura insanabile tra una famiglia e chi avrebbe dovuto proteggerla.

La vicenda solleva interrogativi che vanno oltre il singolo caso: i controlli sugli organi destinati al trapianto, le procedure di verifica, la catena delle responsabilità, la comunicazione con i familiari. Ma per Patrizia la questione è più semplice e più radicale: la verità.

«Finché non saprò la verità non posso dire chi ha sbagliato», ripete. È una richiesta che è insieme giustizia e bisogno personale.

Perché dietro le indagini, le cartelle cliniche, le relazioni tecniche, c’è un bambino di due anni che non c’è più. E una madre che, in quei corridoi, potrebbe aver stretto la mano a chi – per errore, per negligenza o per paura – ha contribuito a spegnere la vita di suo figlio.

«Qualcuno parlerà», dice. «Deve parlare».

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti