Dopo oltre due anni di silenzio e attese, nello stabilimento siderurgico di Taranto si torna a sentire il respiro profondo del fuoco industriale. L’Altoforno 2 dell’ex Ilva è ufficialmente rientrato in funzione, segnando un passaggio cruciale per il futuro produttivo del più grande polo siderurgico d’Europa.
A comunicarlo è Acciaierie d’Italia (Adi), la società attualmente in amministrazione straordinaria che gestisce il sito pugliese. In una nota ufficiale l’azienda ha annunciato che, “a conclusione delle operazioni propedeutiche iniziate il 10 febbraio 2026, l’Altoforno 2 è entrato in marcia”. Una formula asciutta, che però racchiude un significato industriale e simbolico di grande portata.
L’impianto era fermo dal 20 gennaio 2024. Un arresto lungo, che aveva ulteriormente compresso la capacità produttiva del sito ionico, già ridotta ai minimi termini. Per mesi, infatti, a sostenere l’intera attività dell’area a caldo è stato soltanto l’Altoforno 4, rimasto l’unico in funzione. Una condizione fragile, esposta a ogni minima criticità tecnica e incapace di garantire una piena programmazione industriale.
Il riavvio dell’Altoforno 2 consente ora il recupero di un asset considerato strategico. Non si tratta soltanto di un incremento di tonnellate di ghisa prodotta, ma di un tassello essenziale nel tentativo di ricostruire un equilibrio operativo. Secondo la stessa società, l’operazione “si inserisce nelle azioni e nell’impegno dell’attività commissariale volti a garantire la continuità operativa e la salvaguardia del perimetro industriale e occupazionale nella fase in corso”.
Dietro queste parole si intravede la partita più delicata: quella che riguarda il lavoro e la tenuta sociale di un territorio segnato da anni di crisi industriali, contenziosi ambientali e incertezze proprietarie. Ogni altoforno che si riaccende significa infatti non solo produzione, ma anche prospettive per migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto.
Resta però irrisolta la vicenda dell’Altoforno 1. Dal 7 maggio dello scorso anno l’impianto è sotto sequestro senza facoltà d’uso, in seguito a un provvedimento disposto dalla Procura di Taranto dopo un grave incendio provocato dallo scoppio di una tubiera. Un episodio che ha riacceso i riflettori sulle condizioni di sicurezza e manutenzione degli impianti, alimentando tensioni sindacali e interrogativi sulla sostenibilità tecnica dell’area a caldo.
Il quadro che emerge è quello di un equilibrio ancora precario. Con due altoforni su tre indisponibili fino a pochi giorni fa, lo stabilimento ha vissuto una fase di produzione fortemente ridotta, con ripercussioni sull’intera filiera siderurgica nazionale. La ripartenza dell’Altoforno 2 rappresenta dunque un segnale di discontinuità, ma non ancora una svolta definitiva.
Molto dipenderà dalla capacità della gestione commissariale di consolidare i livelli produttivi, garantire investimenti in sicurezza e manutenzione e, soprattutto, definire un percorso industriale stabile per il sito. Taranto resta un nodo strategico per l’autonomia siderurgica del Paese e per la tenuta di comparti chiave come automotive, cantieristica e infrastrutture.
Per ora, il dato certo è uno: dopo oltre due anni di stop, l’Altoforno 2 è tornato a bruciare. Un segnale che riaccende speranze, ma che impone anche responsabilità. Perché a Taranto, più che altrove, ogni scintilla industriale è anche una promessa da mantenere.
