Israele ha ufficializzato che il rilascio degli ostaggi detenuti da Hamas inizierà nelle prime ore di lunedì. Lo ha confermato un portavoce del governo israeliano, precisando che nell’ambito dell’accordo raggiunto con il gruppo islamista è previsto anche il trasferimento dei corpi degli ostaggi deceduti. La notizia, riportata dal quotidiano Haaretz, rappresenta un passaggio cruciale nella fragile tregua in corso dopo settimane di combattimenti nella Striscia di Gaza.
Parallelamente, il Forum delle famiglie degli ostaggi ha annunciato che da mezzanotte Piazza degli Ostaggi, nel cuore di Tel Aviv, sarà aperta al pubblico e trasmetterà in diretta il rilascio dei prigionieri israeliani. Un momento carico di attesa e di emozione per un Paese che da mesi vive sospeso tra la speranza e l’angoscia.
Secondo fonti governative, la liberazione degli ostaggi sarà accompagnata dalla scarcerazione di circa 2.000 detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, in un’operazione che si preannuncia complessa e ad alto rischio sul piano politico e della sicurezza.
Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha però chiarito che la tregua non segna la fine delle operazioni militari. “Dopo il ritorno degli ostaggi – ha dichiarato – distruggeremo tutti i tunnel. Nessuna infrastruttura di Hamas resterà intatta”. Una frase che lascia presagire la volontà di Israele di riprendere la pressione militare sulla Striscia una volta completato il rilascio.
Intanto, sul terreno, le prime consegne di aiuti umanitari verso Gaza hanno scatenato il caos. I camion carichi di generi di prima necessità, entrati nella Striscia dopo settimane di blocco, sono stati presi d’assalto dalla popolazione palestinese, allo stremo dopo mesi di assedio e bombardamenti. Le immagini arrivate da Rafah e Gaza City mostrano scene di disperazione: centinaia di persone che si accalcano attorno ai mezzi nel tentativo di ottenere cibo e acqua.
Sul fronte politico, Hamas ha respinto con decisione la proposta, contenuta nel cosiddetto “piano di pace di Donald Trump”, che prevederebbe l’uscita dei leader del movimento dalla Striscia di Gaza. I dirigenti del gruppo islamista hanno definito l’idea “assurda e priva di senso”, ribadendo di non accettare né un disarmo totale, né alcuna tutela straniera sulla Gaza del dopoguerra. Hamas, secondo fonti locali, punta invece a integrare i propri miliziani in una futura struttura militare palestinese, mantenendo così un ruolo attivo anche nella fase post-bellica.
Dall’inizio della tregua, circa 500.000 sfollati sono già tornati a Gaza City, nonostante le infrastrutture civili restino devastate e la situazione umanitaria appaia ancora drammatica.
Sullo sfondo, si moltiplicano le voci di scetticismo riguardo alla tenuta dell’accordo. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che Teheran non nutre alcuna fiducia nel rispetto del cessate il fuoco da parte di Israele. “Mettiamo in guardia contro i trucchi e i tradimenti del regime sionista – ha detto –. Israele ha già violato in passato gli accordi di cessate il fuoco, anche in Libano. Non c’è motivo di credere che questa volta sarà diverso”.
L’avvertimento iraniano riflette la crescente tensione regionale: dietro la tregua formale, restano aperti tutti i fronti politici, militari e diplomatici di un conflitto che ha già cambiato gli equilibri del Medio Oriente.
