LAMPEDUSA – Ennesima tragedia sfiorata nel Mediterraneo centrale. La nave Nadir dell’Ong ResQship ha tratto in salvo almeno 60 migranti, provenienti in prevalenza da Sudan e Nigeria, in acque internazionali al largo della Libia. Durante l’intervento, l’equipaggio ha recuperato anche i corpi senza vita di tre persone. Un’altra donna risulta dispersa. L’operazione di soccorso è stata condotta in condizioni critiche e si è conclusa con la decisione di fare rotta verso Lampedusa, porto assegnato dalle autorità italiane per l’approdo.
Nel frattempo, un secondo intervento è stato portato a termine dalla motovedetta CP322 della Guardia costiera italiana, che ha trasferito sull’isola una donna incinta e un minore gravemente ustionato, insieme ad altri dodici sopravvissuti, tra cui quattro donne e cinque bambini.
Il soccorso della Nadir: una barca alla deriva e tre vittime
L’allarme è scattato a poche decine di miglia dalle coste libiche, in un tratto di mare sempre più battuto dalle rotte migratorie che collegano il Nord Africa alle coste italiane. L’imbarcazione in difficoltà era alla deriva, sovraccarica e in precarie condizioni di galleggiamento. A bordo, decine di migranti partiti da una delle spiagge di partenza libiche gestite dai trafficanti.
Secondo quanto riferito dall’organizzazione non governativa tedesca, tra i 60 superstiti tratti a bordo ci sono anche diverse donne e bambini, alcuni dei quali in stato di grave disidratazione. Tre persone, purtroppo, sono state trovate già prive di vita. Una quarta, una donna, risulta tuttora dispersa: il suo corpo non è stato localizzato nonostante le ricerche condotte nell’area successivamente all’intervento.
La nave Nadir ha poi ricevuto istruzioni dalle autorità marittime italiane di dirigersi verso Lampedusa, dove ha fatto rotta per sbarcare i sopravvissuti e i tre corpi recuperati. L’approdo è atteso nelle prossime ore.
Lampedusa, emergenze mediche e minori a bordo della CP322
A coordinarsi con l’operazione dell’Ong è stata anche la Guardia costiera italiana, intervenuta in un’altra zona del Canale di Sicilia. La motovedetta CP322 ha soccorso un secondo gruppo di 14 persone. Tra queste, le condizioni di due migranti hanno richiesto un’immediata assistenza sanitaria: una donna al quarto mese di gravidanza e un ragazzo con ustioni di secondo grado, causate – secondo i primi accertamenti – dal contatto prolungato con carburante a bordo dell’imbarcazione. Entrambi sono stati trasferiti al poliambulatorio dell’isola per le prime cure.
Con loro sono arrivati anche altri familiari e nove migranti in condizioni meno critiche: quattro donne e cinque minori, tutti accolti in una struttura temporanea messa a disposizione dalla Prefettura di Agrigento, che monitora quotidianamente i flussi in arrivo sull’isola.
La rotta libica, teatro di emergenze e naufragi
La rotta che parte dalle coste della Libia centrale e occidentale resta la più letale del Mediterraneo. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), nei primi otto mesi del 2025 sono oltre 1.400 le persone morte o disperse lungo questa tratta. Le Ong che pattugliano l’area – tra cui Nadir, Geo Barents, Sea-Watch e altre – denunciano costantemente l’assenza di soccorsi statali e i ritardi nel coordinamento delle operazioni di salvataggio.
La zona in cui è avvenuto l’ultimo intervento si trova nel cosiddetto “vuoto di soccorso”, dove le autorità libiche – formalmente responsabili del coordinamento SAR (Search and Rescue) – non riescono o non intendono intervenire, costringendo le navi civili a supplire in un quadro di crescente difficoltà.
Le richieste delle Ong: “Serve un corridoio umanitario”
“Ancora una volta – ha dichiarato ResQship in un comunicato – ci siamo trovati soli a soccorrere decine di persone in mare, tra cui donne incinte, bambini e feriti. Non possiamo accettare che il Mediterraneo diventi una zona di morte e abbandono. Serve un meccanismo strutturato di ricerca e salvataggio europeo, e serve adesso.”
La richiesta di una missione civile europea, avanzata da più di un anno da numerose organizzazioni umanitarie, resta però bloccata da veti politici e divisioni tra gli Stati membri dell’UE. Intanto, i flussi non accennano a diminuire, complice la crisi economica in Sudan, i conflitti interni in Nigeria e la chiusura di altre rotte migratorie in Africa orientale e centrale.
Lampedusa sotto pressione: arrivi senza tregua
Il centro di prima accoglienza di Lampedusa continua a operare al limite delle proprie capacità. Nei primi otto mesi dell’anno, gli sbarchi registrati sull’isola hanno superato quota 70.000, con numeri giornalieri spesso superiori ai 500 arrivi. Le autorità locali chiedono da tempo un piano di redistribuzione più efficace e un rafforzamento strutturale delle strutture di accoglienza. I servizi sanitari dell’isola, in particolare, sono messi sotto pressione continua, costretti a fronteggiare urgenze mediche quotidiane con risorse limitate.
Una crisi strutturale, in cerca di risposte
Il nuovo intervento della Nadir e il lavoro della Guardia costiera italiana testimoniano, ancora una volta, come la crisi migratoria nel Mediterraneo non sia episodica ma strutturale. Ogni salvataggio è una corsa contro il tempo, ogni naufragio evitato è solo un frammento di una realtà più ampia e complessa, dove la politica europea appare ancora incapace di fornire risposte concrete e durature.
Intanto, nel mare tra la Libia e l’Italia, si continua a morire. E chi sopravvive, lo fa spesso per caso.
