26 Luglio 2026, domenica
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Salario minimo, Furfaro (PD): “Da Meloni un attacco politico e sociale. Ma non ci fermeranno”

Duro affondo del deputato democratico dopo l’impugnazione da parte del Governo della legge toscana che premia le aziende con salari dignitosi: “Un gesto grave, che difende lo sfruttamento e ostacola la giustizia sociale”

Roma – La battaglia sul salario minimo si arricchisce di un nuovo, acceso capitolo politico. Il Governo ha deciso di impugnare la legge regionale della Toscana che prevedeva un meccanismo di premialità negli appalti pubblici per le aziende che garantiscono ai propri dipendenti una retribuzione minima di almeno 9 euro lordi all’ora. Un incentivo, e non un obbligo, che tuttavia ha incontrato l’ostilità dell’esecutivo nazionale, che lo ha ritenuto in contrasto con l’ordinamento costituzionale.

Immediata e durissima la reazione del Partito Democratico, che da tempo ha fatto del salario minimo una bandiera della propria proposta politica. A parlare è il deputato e responsabile comunicazione del PD Marco Furfaro, che attacca apertamente la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, accusandola di voler affossare sistematicamente ogni tentativo, a qualunque livello istituzionale, di tutelare i lavoratori sottopagati.

“Non gli è bastato bocciarlo in Parlamento — scrive Furfaro in una nota diffusa anche sui suoi canali social — ora provano a vietarlo anche in Toscana. Hanno impugnato una legge che non impone nulla, ma che semplicemente premia le imprese più virtuose, quelle che non speculano sul lavoro ma garantiscono dignità salariale. Anche questo, per la destra, è troppo”.

Una questione giuridica o una scelta ideologica?

Il governo ha motivato l’impugnazione con presunti profili di incostituzionalità, sostenendo che la normativa toscana interferirebbe con le competenze legislative statali in materia di ordinamento civile e contrattualistica del lavoro. Ma secondo Furfaro la vera ragione dell’intervento va cercata altrove: non in una lettura tecnica della Costituzione, ma in un’impostazione ideologica che punta a mantenere un modello economico basato sulla compressione dei diritti dei lavoratori.

“Il problema non è giuridico, è politico. Il salario minimo non viola la Costituzione: viola il modello di società che la destra difende da sempre, quello fondato sul lavoro povero, sul ricatto salariale, sulla competizione al ribasso. Dove si può guadagnare 3, 4 euro l’ora, dove la logica dell’appalto al massimo ribasso legittima lo sfruttamento”, incalza l’esponente dem.

La critica è netta: nel mirino del PD non c’è soltanto una scelta governativa, ma un’intera visione economica e sociale, accusata di essere distante anni luce dalla realtà quotidiana di milioni di lavoratori precari, sottopagati, frammentati. L’esecutivo, prosegue Furfaro, si schiera con chi vuole mantenere lo status quo, mentre i territori più sensibili alle disuguaglianze — come la Regione Toscana — tentano di utilizzare ogni spiraglio normativo per premiare le buone pratiche.

I volti reali del salario minimo: non un’astrazione, ma una questione di dignità

Dietro alla cifra simbolica dei 9 euro lordi all’ora, sottolinea Furfaro, non c’è una rivendicazione ideologica, ma una fotografia sociale che riguarda fasce intere di popolazione attiva: lavoratrici delle pulizie, addetti alla logistica, operatori della ristorazione, infermieri, OSS, personale ausiliario. Sono loro, spiega il deputato PD, i volti concreti del dibattito: donne e uomini che lavorano a tempo pieno, ma vivono con stipendi da fame, incapaci di sostenere una vita dignitosa, spesso costretti a più impieghi per sopravvivere.

“Per guadagnare quanto prende in un anno Giorgia Meloni — scrive Furfaro con un tono provocatorio — una lavoratrice delle pulizie dovrebbe lavorare dieci vite. Eppure non è lei a violare la Costituzione, ma chi tenta di garantirle un salario equo”.

Una battaglia politica che non si arresta

Il PD, promette il deputato, non arretrerà. Né di fronte all’impugnazione del Governo, né davanti ai tentativi di trasformare il salario minimo in un totem ideologico da affossare. Al contrario, l’azione del Governo rafforza — secondo Furfaro — la necessità di una mobilitazione più ampia, capillare, che coinvolga le forze sociali, il mondo sindacale e i territori.

“Non ci fermeranno. Continueremo a batterci perché in ogni Regione e a livello nazionale venga fissato un salario minimo legale. Perché il lavoro povero non è una fatalità, ma una conseguenza politica. E a violare la Costituzione — conclude — non è il salario minimo: è lo sfruttamento”.

Il contesto europeo e le resistenze italiane

Vale la pena ricordare che il dibattito sul salario minimo si colloca all’interno di un percorso europeo sempre più definito. La direttiva UE sul salario minimo adeguato, approvata nel 2022 dal Parlamento europeo, chiede agli Stati membri di promuovere retribuzioni minime giuste, in linea con il costo della vita e la produttività, rafforzando al contempo la contrattazione collettiva. L’Italia, insieme a pochi altri Paesi, non ha ancora recepito la direttiva con una norma nazionale, affidandosi unicamente al sistema delle relazioni industriali.

Tuttavia, l’evidenza statistica mostra che milioni di lavoratori in Italia non sono coperti da contratti collettivi adeguati o sono vittime di contratti pirata, con retribuzioni ben al di sotto della soglia dei 9 euro. In questo quadro, iniziative come quella della Regione Toscana rappresentano un tentativo di colmare una lacuna, almeno nei limiti delle competenze attribuite alle Regioni.

Una frattura profonda tra centro e territori

Il caso toscano evidenzia anche una crescente frattura tra Governo centrale e amministrazioni regionali, soprattutto quelle a guida progressista. Mentre l’esecutivo continua a osteggiare ogni iniziativa in favore del salario minimo, alcune Regioni cercano di intervenire con strumenti indiretti, come meccanismi di premialità negli appalti o incentivi alle imprese eticamente responsabili.

L’impugnazione di queste norme locali, tuttavia, sembra confermare la volontà dell’esecutivo di bloccare ogni forma di sperimentazione dal basso, anche quando non incide direttamente sulla normativa contrattuale nazionale. Una posizione che rischia di alimentare il conflitto istituzionale, oltre che quello sociale.

La questione salariale come nodo politico centrale

La polemica sul salario minimo non si limita più a essere una vertenza tra partiti. È diventata un confronto identitario tra due visioni del Paese: da un lato chi rivendica un’economia fondata sulla dignità del lavoro, dall’altro chi, nel nome della competitività, accetta — o addirittura giustifica — il ricorso sistemico al lavoro povero.

L’intervento del Governo contro la legge toscana conferma che il terreno è ora anche giuridico e istituzionale, ma resta soprattutto profondamente politico e sociale. Ed è su questo terreno che, con ogni probabilità, si giocherà una parte decisiva del confronto pubblico nei mesi a venire.

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