9 Ottobre 2026, venerdì
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Difendersi dal papillomavirus: la scienza come arte marziale

Lorenzo Agoni, ginecologo e ricercatore, racconta il suo “manuale di autodifesa” contro l’HPV: un percorso tra conoscenza, prevenzione e consapevolezza per affrontare l’infezione più diffusa (e sottovalutata) dell’area genitale.

L’INTERVISTA

A cura di Daniele Cappa

In un’epoca in cui la medicina è sempre più chiamata a dialogare con le persone oltre gli ambulatori e le sale operatorie, Lorenzo Agoni rappresenta una voce chiara, autorevole e profondamente umana. Medico chirurgo specializzato in Ostetricia e Ginecologia, con un dottorato di ricerca in Biomedical Sciences conseguito a New York, Agoni ha saputo coniugare rigore scientifico e passione per la divulgazione, trasformando l’esperienza clinica e laboratoristica in un impegno tangibile verso l’informazione e la prevenzione.

Nel suo ultimo lavoro, Combattere il papillomavirus – definito non a caso un “manuale di autodifesa” – affronta con linguaggio accessibile ma puntuale uno dei temi più delicati e spesso trascurati della salute sessuale: l’infezione da HPV. Un viaggio tra biologia, consapevolezza e strategie di prevenzione, che restituisce al lettore non solo conoscenze, ma soprattutto strumenti per affrontare con lucidità e determinazione una diagnosi che può spaventare, disorientare, o far sentire “nudi”.

Lo abbiamo incontrato per farci raccontare cosa significa oggi comunicare la scienza, come si costruisce un ponte tra ricerca e quotidianità, e perché contro il papillomavirus non servono solo vaccini, ma anche cultura, ascolto e consapevolezza.

Dottor Agoni, da medico e ricercatore, cosa l’ha spinta a scrivere un libro rivolto al grande pubblico sul papillomavirus?

Il rendermi conto dell’assenza, nella popolazione, della consapevolezza che viviamo in un mondo di virus e batteri, che sono sempre con noi, attorno a noi e dentro di noi. Nello specifico, il papillomavirus, che infetta l’80% della popolazione almeno una volta nella vita entro i 40 anni, solitamente è un ospite indolente e passeggero ma può portare, per fortuna raramente, a conseguenze anche molto gravi, come il tumore della cervice uterina. Pertanto, ho voluto mettere tutto il mio impegno nel raccontare le implicazioni che una tale infezione comporta, cercando il modo di raccontare ogni dettaglio utile ad evitare o affrontare l’infezione.

Il suo libro è definito un “manuale di autodifesa”: cosa significa, concretamente, per una persona comune affrontare il papillomavirus con consapevolezza?

Significa non lasciare che il virus prenda il controllo della nostra serenità. La diagnosi di infezione porta spesso scoramento e sconforto. Ma non è giusto che sia così. L’essere positivi al papillomavirus ci dovrebbe solo mettere di fronte al fatto che dobbiamo essere un po’ più attivi nelle pratiche della prevenzione oncologica, ma non può e non deve rovinarci la vita. “Autodifesa” è intesa in questo senso: imparare a difenderci dagli aspetti negativi che l’infezione da papillomavirus comporta, soprattutto in una persona non preparata ad affrontarla.

Lei scrive che l’HPV arriva quando meno ce lo si aspetta e che può sconvolgere la vita di coppia. Quanto pesa ancora oggi il tabù legato alle infezioni sessualmente trasmesse?

Pesa molto, moltissimo. Le domande che ricevo più frequentemente sono proprio sull’origine e le tempistiche dell’infezione. Quasi a voler scovare un colpevole. Le coppie talvolta vacillano innanzi all’infezione da HPV, a causa della quale possono insinuarsi ombre di infedeltà. Eppure, la via sessuale non è l’unico modo con cui ci si può infettare e la latenza può essere anche di molti anni, pertanto la causa può andar ricercata in relazioni avvenute anche molti anni prima. Come dico spesso alle mie pazienti, quando ci prendiamo un raffreddore, non ci chiediamo da chi ce lo siamo presi quel virus e quando. Ma il fatto che con l’HPV sia coinvolta la sfera sessuale complica tutto.

Una parte importante del suo lavoro riguarda la divulgazione scientifica. Cosa manca, secondo lei, nella comunicazione pubblica su HPV e prevenzione ginecologica?

Tanto si sta facendo nella comunicazione sull’infezione da papillomavirus e patologie ad essa connesse. Ci sono intere campagne pubblicitarie dedicate. Il problema è, però, di mentalità, molte persone pensano che il papillomavirus non li riguardi. Invece riguarda tutti. Probabilmente bisogna agire già sui più giovani, nelle scuole, dove le menti sono fresche e ricettive, e l’età è quella giusta per la vaccinazione. Oltre alle campagne pubblicitarie, quindi, bisognerebbe intervenire con programmi dedicati nelle scuole medie. In tal senso la LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) è attivamente impegnata con un progetto dedicato e io sono coinvolto in prima persona nella mia zona di Brescia per esporre queste problematiche alle classi seconde medie. Qui ho trovato ragazzi interessati ed entusiasti di imparare qualcosa di utile per la loro salute. Programmi del genere andrebbero supportati ed ampliati.

Qual è il ruolo del microbiota vaginale nella difesa da HPV, e in che modo questa conoscenza può tradursi in prevenzione quotidiana?

Per microbiota vaginale intendiamo l’insieme dei microrganismi che vivono a livello vaginale. In una condizione di perfetta salute essi sono rappresentati quasi esclusivamente da un tipo di batterio che va con il nome di lattobacillo. I lattobacilli difendono localmente contro le infezioni, anche da papillomavirus. Una certa percentuale di donne si caratterizza per una scarsità o assenza di lattobacilli a livello intimo e questo le mette più a rischio di infezioni vaginali, anche da papillomavirus. L’attuare stili di vita sani e la supplementazione di probiotici, ove necessaria, potrebbe aiutare nel tenere lontana l’infezione.

Nel libro, oltre alle informazioni cliniche, c’è anche una dimensione narrativa e psicologica. Perché ha scelto questo approccio?

Per arrivare alle persone. Di divulgazione scientifica ce ne è tanta, tutta incentrata sul semplificare argomenti supposti difficili. E poi spesso capita di lasciare il libro a metà. Io, invece, ho voluto fare un passo in più e non concentrarmi tanto sulla semplice semplificazione ma sul raccontare storie e metafore che aiutassero a comprendere meglio singoli aspetti dell’infezione. In questo modo, il lettore si appassiona maggiormente alla lettura e leggendo di cucina, storia, arte, viaggi, musica e tanto altro ancora, impara qualcosa sul virus. Si può imparare tanto dalla vita, anche rileggendola come metafora nell’ottica dell’infezione. Non c’è la necessità di essere tecnici o fintamente semplicistici. Sicuramente è un modo diverso di fare divulgazione scientifica.

Parliamo di vaccini: qual è oggi il livello di copertura vaccinale contro HPV in Italia e cosa si può fare per migliorarlo?

La copertura vaccinale varia molto da età e regione prese in considerazione. A livello italiano secondo i dati del Ministero della Salute (2023), la copertura vaccinale per l’HPV tra i dodicenni si attesta al 45% per le ragazze e al 39% per i ragazzi. Tra i quindicenni, la copertura sale rispettivamente al 70% per le femmine e al 58% per i maschi. Le coperture vaccinali contro l’HPV, pur essendo in aumento, rimangono al di sotto dell’obiettivo del 95% stabilito dal Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale. Il 95% è un obiettivo che permetterebbe di bloccare la circolazione del virus nella popolazione. Come accennato prima, un programma di sensibilizzazione nelle scuole permetterebbe di rendere i ragazzi consapevoli e protagonisti sulla propria prevenzione. Purtroppo, anche qui c’è il tabù della sessualità, che andrebbe affrontato, per la salute dei nostri ragazzi e della popolazione in generale.

Lei ha una formazione internazionale: quanto ha inciso l’esperienza negli Stati Uniti nella sua visione della medicina e della ricerca?

Moltissimo. Essermi formato in un centro di prim’ordine a livello internazionale mi ha permesso di capire l’importanza dei dettagli, dei rapporti fra colleghi di diverse discipline, della globalizzazione della scienza e delle informazioni scientifiche per un futuro migliore per l’umanità. Questo mi permette ogni giorno di dare valore al mio lavoro e nel rapporto con i colleghi e le pazienti. Alla fine, siamo tutti dalla stessa parte per un fine comune: la salute.

Come ginecologo e colposcopista, quali cambiamenti ha visto negli ultimi anni nell’atteggiamento delle pazienti verso la prevenzione e il dialogo su HPV?

Sicuramente più attenzione nei confronti della prevenzione. Sempre più donne si sottopongono ai test di screening. Forse anche più consapevolezza dell’esistenza di questo problema, anche grazie alle campagne pubblicitarie citate prima, ma i dettagli e le implicazioni per la vita di tutti i giorni rimangono ancora elusivi. Il grosso limite rimane il coinvolgimento personale. Nel momento in cui ci si ritrova positivi allora si vuole sapere tutto, con lucidità e senza che la pillola venga edulcorata. Si vogliono sapere modalità di trasmissione, implicazioni per la vita sessuale e di tutti i giorni, senza tabù ed eufemismi. In questo senso, il dialogo è diventato molto più aperto.

Qual è il messaggio che spera resti più impresso al lettore una volta chiuso il suo libro?

Che si può affrontare il papillomavirus. Che, anche se ad oggi non abbiamo le armi per sconfiggerlo in campo aperto,  si può vivere una vita normale anche durante l’infezione e che, generalmente, l’infezione è transitoria.

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