La crisi dell’ex Ilva di Taranto si fa ogni giorno più profonda e il confronto politico si infiamma. Ad alzare il tono è Antonio Misiani, responsabile Economia del Partito Democratico, che punta il dito contro il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, accusandolo di “totale incapacità gestionale” nella vicenda che coinvolge uno dei principali impianti siderurgici d’Europa.
“Dopo l’incendio all’altoforno 1 e l’intervento della magistratura, la trattativa con Baku Steel si è arenata – denuncia Misiani –. Il ministro ha cercato di attribuire la responsabilità del fallimento al lavoro della procura, ma è stato smentito dal comunicato ufficiale diffuso oggi”. Il riferimento è alla recente nota della magistratura tarantina che, contrariamente a quanto sostenuto da Urso, non avrebbe interferito nella trattativa con il gruppo azero.
Secondo Misiani, la situazione attuale è il frutto di due anni e mezzo di scelte politiche “inadeguate e contraddittorie” da parte del governo guidato da Giorgia Meloni. Un periodo segnato da ritardi, incertezze strategiche e promesse disattese, che hanno aggravato lo stato di crisi del sito, compromettendo i percorsi di decarbonizzazione, messa in sicurezza ambientale e tutela occupazionale.
A preoccupare maggiormente è l’ipotesi – sempre più concreta – di fermo produttivo definitivo, che rappresenterebbe un colpo devastante per l’economia della città e per migliaia di famiglie legate, direttamente o indirettamente, alla filiera dell’acciaio. “Non si può scaricare sulle spalle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto il peso di una strategia fallimentare”, sottolinea l’esponente del PD.
Da qui l’appello a un cambio di passo radicale: “Serve un intervento immediato, anche attraverso una gestione pubblica temporanea dell’impianto. Bisogna agire ora per evitare la chiusura, salvare l’occupazione e garantire gli investimenti indispensabili per le bonifiche e la tutela della salute pubblica”.
Misiani conclude chiedendo al ministro Urso di presentarsi in Parlamento al più presto per riferire sullo stato dell’ex Ilva e sul futuro del polo siderurgico. La posta in gioco è alta: non solo l’industria italiana, ma la credibilità stessa delle politiche industriali del governo.
