TARANTO – Lo stabilimento siderurgico di Taranto torna al centro di una nuova crisi industriale e occupazionale. Dopo l’incendio che ha colpito l’altoforno 1 il 7 maggio scorso, e il conseguente sequestro disposto dalla Procura, Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha richiesto la cassa integrazione per 3.926 lavoratori.
Il provvedimento, comunicato ufficialmente ai sindacati, riguarda 3.538 addetti del sito di Taranto, cuore produttivo del colosso siderurgico, ma coinvolge anche i dipendenti di altri stabilimenti: 178 a Genova, 165 a Novi Ligure e 45 a Racconigi. La produzione è stata sostanzialmente dimezzata dopo l’interruzione dell’altoforno colpito dall’incendio, generato dall’esplosione di una tubiera, e ora sotto sequestro giudiziario.
Fiom-Cgil al contrattacco: “Non si può scaricare tutto sui lavoratori”
Non si è fatta attendere la dura reazione del sindacato. “Ancora una volta si chiede ai lavoratori di pagare il prezzo dell’immobilismo industriale”, ha denunciato Luigi Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per Fiom-Cgil. Il sindacato respinge al mittente la decisione dell’azienda, accusata di mancare di visione e progettualità, soprattutto in tema di transizione ecologica.
“La cassa integrazione viene annunciata senza fornire uno straccio di prospettiva – ha aggiunto Scarpa – e intanto restano in discussione diritti, salari, sicurezza e il futuro degli impianti. È inaccettabile”. Al centro della protesta anche il mancato avvio della decarbonizzazione, uno dei punti cardine promessi nei precedenti piani industriali.
“Denunciamo da mesi che le risorse economiche per la riconversione non sono state garantite – continua Scarpa – e oggi il rischio concreto è di spingere un intero settore sull’orlo del collasso, lasciando i lavoratori in sospeso a tempo indeterminato”.
De Palma: “Lo stabilimento è a rischio, la politica si assuma le sue responsabilità”
Toni altrettanto duri da parte del segretario generale della Fiom, Michele De Palma, che sottolinea come la crisi dell’ex Ilva non sia più solo industriale, ma sistemica. “Siamo sull’orlo del baratro”, ha affermato. “Se il sequestro dell’altoforno compromette o meno la vendita? Non lo so, perché non siamo al tavolo del governo e dei commissari. Ma quel che è certo è che serve subito un piano chiaro e condiviso”.
De Palma ha replicato anche al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che nei giorni scorsi ha parlato di impianti “compromessi”. “C’è un altoforno che ancora funziona e uno fermo – ha precisato –. Prima di tirare conclusioni servono analisi tecniche puntuali. Intanto, da tutta Italia i delegati Fiom stanno incontrando l’azienda per esigere chiarezza”.
Il nodo del futuro: cig senza visione
La richiesta di cassa integrazione, pur prevista in casi di crisi, appare oggi come una misura tampone in una situazione sempre più ingovernabile. L’ex Ilva, al centro di trattative per una futura cessione, si ritrova ora di nuovo bloccata, con impianti fragili, produzione dimezzata e una platea di lavoratori appesa al filo dell’incertezza.
Il rischio, secondo i sindacati, è che si entri in un limbo in cui la sospensione temporanea del lavoro diventi la norma, senza garanzie per il rientro o per un piano industriale concreto. Per la Fiom-Cgil, il tempo delle attese è finito: “Non accetteremo percorsi unilaterali. Ne discuteremo con i lavoratori e con tutte le sigle sindacali. Serve una mobilitazione, prima che il baratro diventi realtà”.
