A cura di Salvatore Guerriero Presidente nazionale e internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI International. Direttore generale dell’Agenzia Euro-Mediterranea di Sviluppo
Con 50 miliardi di euro l’Europa potrebbe realizzare un modello di intelligenza artificiale all’altezza dei migliori. Le risorse non mancano, quello che serve è la volontà di investirle insieme, superando la frammentazione dei 27 Paesi. C’è una domanda che dovremmo porci senza troppi giri di parole. Vogliamo continuare a utilizzare le tecnologie realizzate da altri oppure vogliamo tornare a essere protagonisti dell’innovazione? In Europa sento spesso dire che, sull’intelligenza artificiale, abbiamo ormai perso la partita con gli Stati Uniti e la Cina. Non sono d’accordo. Abbiamo università, ricercatori, competenze scientifiche e imprese capaci di dare un contributo importante. Non siamo affatto privi delle possibilità per competere. Il problema è che continuiamo a procedere in ordine sparso. Si parla di circa 50 miliardi di euro per realizzare un modello europeo di intelligenza artificiale capace di confrontarsi con quelli americani più avanzati. È una cifra considerevole, ma per l’Europa non rappresenta un obiettivo impossibile. Bisogna soltanto decidere che cosa viene prima e dove concentrare gli investimenti. È proprio questo il ragionamento che ho avuto modo di esporre durante la Digital Week di Terni, un appuntamento che ha offerto interessanti occasioni di confronto sulle nuove tecnologie, sulla ricerca e sulle loro applicazioni nella vita quotidiana e nel mondo produttivo. In quella circostanza, in occasione del premio speciale conferito a PMI International, che ho accolto con particolare soddisfazione, uno degli organizzatori mi ha chiesto quale fosse la mia opinione sull’Europa.
Ho risposto che il nostro continente ha un problema di fondo. Quando si tratta di affrontare una grande questione, la prima cosa che facciamo è dividerla tra i 27 Paesi, ciascuno con le proprie priorità, i propri programmi e i propri interessi. Succede nella difesa, nella politica industriale e nella ricerca. Succede anche nell’intelligenza artificiale. Intanto, negli Stati Uniti e in Cina, i capitali vengono concentrati su progetti ben individuati. Si investe, si costruiscono strutture, si finanziano gruppi di ricerca e si cerca di arrivare rapidamente a risultati concreti. In Europa, invece, le risorse vengono spesso distribuite tra tante iniziative nazionali che non sempre riescono a dialogare e a lavorare insieme. È qui che perdiamo terreno. Non perché ci manchino le capacità, ma perché non riusciamo a mettere a fattore comune quello che abbiamo. Proprio la Digital Week di Terni ha offerto spunti interessanti anche sotto questo profilo. Gli studi e le applicazioni presentati dal professor Gerardo Iovane hanno mostrato una possibile diversa impostazione dell’intelligenza artificiale, aprendo una riflessione su quella che potremmo definire una terza via europea. È un’esperienza che merita di essere approfondita e sostenuta, perché dimostra quanto ci sia ancora da esprimere attraverso la ricerca e le competenze presenti nel nostro continente. Non dobbiamo necessariamente copiare i modelli americani o cinesi. Possiamo sviluppare una nostra strada, valorizzando il lavoro dei ricercatori, delle università e delle imprese, senza rinunciare alle caratteristiche che devono contraddistinguere il modello europeo. Ma per fare questo occorrono investimenti veri e, soprattutto, una decisione comune. Non ha senso che ogni Paese cerchi di costruire una propria intelligenza artificiale senza un collegamento con gli altri. Sarebbe molto più utile individuare alcuni grandi progetti, mettere insieme le risorse finanziarie e le competenze e lavorare con un’unica direzione. L’intelligenza artificiale non riguarda soltanto le grandi aziende tecnologiche. Riguarda anche le nostre piccole e medie imprese, la produzione industriale, i servizi, la sanità, la formazione e il lavoro. Nei prossimi anni farà una differenza importante nella capacità delle imprese di competere e di affrontare i mercati internazionali. Non possiamo lasciare che le nostre aziende dipendano esclusivamente da strumenti progettati e controllati fuori dall’Europa.
L’Italia, da sola, non può sostenere un investimento di questa portata. Ma insieme agli altri Paesi europei può contribuire a realizzare un progetto di grande valore. I 50 miliardi di cui si parla potrebbero essere destinati a un programma comune, evitando di disperdere le risorse in tante iniziative separate. Non è necessario che l’Europa faccia tutto, ma è necessario che sappia scegliere che cosa fare insieme. Anche nella ricerca e nell’innovazione bisogna avere il coraggio di concentrare gli sforzi, individuare le priorità e portare avanti i progetti fino al risultato. Io credo che una terza via europea dell’intelligenza artificiale sia possibile. Le competenze ci sono, le idee non mancano e anche le risorse possono essere trovate. Quello che ancora manca è una decisione condivisa. L’Europa non ha perso la sfida dell’intelligenza artificiale. Ma deve smettere di guardare ai 27 Paesi come a 27 realtà separate. Se vogliamo contare nel mondo, dobbiamo cominciare a ragionare e a investire come Europa.
