15 Ottobre 2026, giovedì
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Intelligenza artificiale, il futuro non si prevede: si governa

Le previsioni di Elon Musk sull’intelligenza artificiale e sulla robotica pongono una questione che non possiamo più rinviare. Come cambieranno il lavoro, le imprese e la società quando le macchine saranno in grado di svolgere una parte crescente delle attività oggi affidate alle persone? L’idea di un’economia capace di generare una ricchezza tale da rendere il lavoro una scelta anziché una necessità apre scenari affascinanti.

A cura di Salvatore Guerriero, Presidente Nazionale e Internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI International e Direttore Generale dell’Agenzia Euro-Mediterranea di Sviluppo

Ma tra le possibilità offerte dalla tecnologia e la loro effettiva realizzazione esiste una distanza che non possiamo ignorare.

Le date indicate da Musk non sono scadenze certe. L’intelligenza artificiale avanza rapidamente, ma la sua applicazione dipende dai costi, dall’affidabilità dei sistemi, dalle infrastrutture, dalle regole e dalla capacità delle imprese di adattarsi. Ancora più difficile è prevedere le conseguenze sull’occupazione, sui redditi e sugli equilibri sociali. Possiamo intuire la portata della trasformazione, ma non stabilirne in anticipo ogni passaggio.

La questione decisiva non è soltanto quanto diventeranno intelligenti le macchine, ma quale modello economico sapremo costruire intorno alle loro capacità. La tecnologia può migliorare i processi, ridurre gli sprechi e liberare risorse da destinare a nuovi investimenti. Tuttavia, se i vantaggi si concentrassero esclusivamente nelle mani di pochi grandi gruppi, mentre una parte crescente dei cittadini perdesse reddito e sicurezza economica, rischieremmo un paradosso. Un sistema capace di offrire beni e servizi in abbondanza potrebbe ritrovarsi con una domanda insufficiente a sostenerne lo sviluppo.

È un tema particolarmente importante per l’Italia, dove il tessuto produttivo è composto in larga parte da piccole e medie imprese, spesso radicate nei territori e caratterizzate da competenze, specializzazioni e tradizioni imprenditoriali difficili da replicare. Molte di queste aziende devono già affrontare costi elevati, difficoltà nell’accesso al credito, carenza di personale qualificato e una burocrazia che assorbe tempo e risorse. La trasformazione digitale rischia di ampliare le distanze se soltanto le imprese più grandi potranno sostenere gli investimenti necessari.

Da presidente della Confederazione delle Imprese nel Mondo, ritengo che le PMI italiane debbano essere messe nelle condizioni di partecipare pienamente a questo cambiamento. Non bastano annunci né incentivi occasionali. Occorrono strumenti accessibili, formazione pratica e assistenza per aiutare gli imprenditori a individuare le soluzioni più utili alle proprie attività. Una piccola azienda manifatturiera deve poter migliorare il controllo della qualità; un’impresa commerciale deve poter gestire meglio clienti e magazzino; una realtà della logistica deve poter ottimizzare tempi e percorsi. Anche le aziende di servizi possono semplificare le procedure e dedicare più tempo alle attività a maggior valore.

Le associazioni imprenditoriali possono svolgere un ruolo concreto mettendo in rete competenze, consulenze e servizi condivisi che una singola impresa difficilmente riuscirebbe a sostenere. Servono inoltre una collaborazione più stretta tra scuola, formazione professionale e mondo produttivo, insieme a percorsi di aggiornamento capaci di accompagnare i lavoratori nell’evoluzione delle mansioni. L’obiettivo è permettere anche alle realtà più piccole di competere, tutelando le proprie competenze e il legame con il territorio.

L’intelligenza artificiale non deve essere considerata soltanto uno strumento per ridurre il costo del lavoro. Può migliorare l’organizzazione, sostenere la qualità, rafforzare la competitività e aprire nuovi mercati. Le persone restano centrali perché le tecnologie devono essere comprese, integrate e utilizzate con responsabilità. In un Paese come l’Italia, dove il sapere artigiano, la qualità manifatturiera e la capacità di adattamento costituiscono punti di forza, disperdere competenze umane sarebbe un errore strategico.

Se l’automazione ridurrà il fabbisogno di lavoro in alcuni settori, dovremo accompagnare le persone coinvolte e fare in modo che i benefici economici si traducano in maggiore sicurezza e migliori condizioni di vita. La riduzione dell’orario di lavoro, nuove forme di partecipazione ai risultati aziendali e strumenti di protezione sociale meritano un confronto serio, senza promesse facili. La tecnologia può aprire nuove possibilità, ma saranno le scelte economiche, politiche e imprenditoriali a determinarne gli effetti.

Non sappiamo se le previsioni di Musk si realizzeranno negli anni da lui indicati. Alcune trasformazioni potrebbero arrivare prima, altre richiedere molto più tempo. L’incertezza sui tempi non deve però diventare una giustificazione per rimandare le decisioni. L’Italia ha bisogno di una strategia che sostenga gli investimenti, semplifichi l’accesso alle nuove tecnologie e accompagni le imprese nella transizione. Senza un sistema produttivo diffuso e competitivo, anche i progressi dei grandi gruppi rischiano di non tradursi in uno sviluppo equilibrato per il Paese.

La sfida non è scegliere tra uomo e macchina, ma costruire un’economia nella quale il progresso rafforzi le imprese, valorizzi il capitale umano e crei opportunità concrete per i territori. Una società in cui le macchine producono sempre di più, ma i benefici restano concentrati nelle mani di pochi, sarebbe tecnologicamente avanzata e, allo stesso tempo, socialmente fragile.

Per questo rivolgo un invito concreto alle imprese, alle associazioni di categoria, alle istituzioni e al mondo della formazione. Avviamo un confronto operativo per individuare i bisogni reali delle PMI, promuovere progetti accessibili, organizzare percorsi formativi e costruire collaborazioni capaci di produrre risultati verificabili. Non servono soltanto convegni sul futuro, ma iniziative che aiutino gli imprenditori a compiere scelte consapevoli e sostenibili.

Come PMI International, siamo pronti a contribuire a questo percorso, mettendo in relazione imprese, competenze e opportunità. L’intelligenza artificiale non deve essere una rivoluzione subita dalle piccole e medie imprese, ma uno strumento che esse possano conoscere e utilizzare a proprio vantaggio. Il futuro appartiene a chi saprà affrontare il cambiamento senza lasciare indietro le persone. È il momento di passare dalle previsioni ai progetti e dalle parole alle azioni.

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