Dalla cabina di regia del calcio internazionale al vertice delle Nazioni Unite. È uno scenario inedito ma politicamente suggestivo quello che prende forma attorno a Gianni Infantino, presidente della Fifa, che secondo indiscrezioni rilanciate dalla stampa americana sarebbe tra i nomi considerati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per la successione al segretario generale dell’Onu.
Il mandato di António Guterres è in scadenza alla fine dell’anno e il dossier sulla successione è già al centro delle dinamiche diplomatiche internazionali. Tra i candidati più accreditati figurano profili istituzionali di primo piano, come il direttore generale dell’Aiea Rafael Grossi e l’ex presidente cilena Michelle Bachelet. Tuttavia, Trump guarderebbe con interesse a una figura esterna ai tradizionali circuiti diplomatici, individuando in Infantino un leader capace di esercitare influenza su scala globale.
Alla base di questa valutazione ci sarebbe anche il rapporto personale tra i due, consolidatosi negli ultimi anni e rafforzato durante l’ultimo Mondiale. In più occasioni, Infantino si è dimostrato attento alle istanze provenienti da Washington, come nel caso controverso della squalifica dell’attaccante statunitense Folarin Balogun, poi sospesa, una decisione che ha sollevato interrogativi nel mondo del calcio per il precedente istituzionale creato.
Secondo fonti vicine alla Casa Bianca, Trump ritiene che Infantino goda di un rispetto diffuso a livello internazionale e possieda “una capacità speciale di unire le persone”, qualità ritenute centrali per la guida di un’organizzazione complessa come l’Onu. Un profilo, nella visione del presidente, potenzialmente più efficace rispetto ai candidati attualmente in campo.
Resta tuttavia il nodo delle consuetudini geopolitiche. La scelta del segretario generale segue tradizionalmente un principio di rotazione geografica, e il prossimo mandato dovrebbe spettare all’America Latina. L’eventuale nomina di Infantino, cittadino svizzero, rappresenterebbe dunque una deviazione significativa da questa prassi, oltre che una continuità europea dopo Guterres.
Non mancano, però, precedenti storici che dimostrano la flessibilità di tali equilibri, come la successione africana tra Boutros Boutros-Ghali e Kofi Annan, maturata in un contesto segnato dal veto statunitense. Un episodio che evidenzia come le logiche di potere possano ridefinire anche le consuetudini più consolidate.
Determinante sarà, come sempre, il passaggio al Consiglio di Sicurezza, chiamato ad approvare la nomina. Un iter complesso, che richiede il consenso dei membri permanenti, inclusi Cina e Russia. Un eventuale sostegno a una figura percepita come vicina agli Stati Uniti non appare scontato.
Al di là della fattibilità politica, l’ipotesi Infantino apre una riflessione più ampia sul profilo della leadership globale contemporanea: in un contesto internazionale frammentato, la capacità di costruire consenso e mediare tra interessi divergenti potrebbe emergere anche al di fuori dei percorsi diplomatici tradizionali.
