A cura di Gilberto Borzini
Il rapporto tra Individuo e Tempo nei romanzi di Thomas Mann, di Tolstoj e James Joyce è perfettamente oppositorio, così come in Garcia Marquez l’immanenza del Tempo assorbe le individualità in un unico percorso collettivo.
Il primo fu Omero che attribuì un decennio al suo Ulisse per compiere l’esperienza più significativa: non la guerra di Troia, si intende, ma il confronto con se stesso.
In quel confronto Ulisse si trasforma tanto da tornare a Itaca senza essere riconosciuto dagli uomini, ma dal suo cane che da sempre, come ogni cane, conosce l’indole e non l’apparenza umana.
Omero occupa un decennio, James Joyce una giornata, una giornata a tal punto parcellizzata, micronizzata, definita in ogni gesto e ogni pensiero e successiva verbalizzazione da definire un quadro caleidoscopico in cui non le personalità, non le indentità ma prevalentemente le convenzioni affermano gli individui. In Tolstoj ogni storia è la medesima, ogni vicenda esplora l’umano percepire determinato ben più dalla convenzione che dall’intima e soggettiva convinzione, e il Tempo è variabile necessaria per svolgere e dipanare la consequenzialità delle convenzioni, il loro prodursi e il loro effettuarsi, così come in Thomas Mann è il ciclo della Dinastia, i Buddennrook nello specifico, a definire l’individuo al di là e ben oltre i desiderata soggettivi. Il Tempo sovrasta le vicende individuali nel mondo semimagico e misterico di Marquez, in cui soggetti impersonali che recano il medesimo nome attraversano le esistenze come fossero ipotesi di possibilità, esistenze parallele che esplorano le variabili inesplorate dell’umano vivere.
Il romanzo esplora l’identità soggettiva definendola, nel migliore dei casi, fittizia.
Nelle molteplici vicende si impongono convenienza e convenzione più della convinzione individuale, come se non esistesse alcuna reale convinzione, come se ogni idea nei personaggi risultasse posticcia, appresa e recitata, come se ogni espressione fosse maschera e atteggiamento, ogni relazione venisse interpretata più che vissuta.
Solo la morte interviene a interrompere la recita, sostituendo attori e comparse, protagonisti e servi di scena, ma permanendo immodificata la struttura narrativa imposta non dagli attori recitanti ma, come ovvio, dall’autore che altri non è che il Tempo. Ma il Tempo, si badi, è anch’esso convenzione umana e il suo scorrere fittizio è misurato sulle esistenze individuali, sull’incedere delle generazioni, sull’infinito rincorrersi delle repliche del medesimo romanzo in cui nulla di soggettivo accade o può accadere che non sia ad integrazione del collettivo, in cui l’alternarsi degli attori, il vivere e il morire dei personaggi, ad altro non serve che ad infittire la trama, a riproporre generazione dopo generazione, esistenza dopo esistenza, le medesime domande che non trovano risposta, che moltiplicano pensieri già pensati e idee già masticate, definiscono cicliche filosofie e dogmi decotti, permangono soggette all’istintualità delle mucose umide a cui chiunque è bestialmente soggetto nella necessità di produrre nuovi attori ognuno dei quali convinto, intimamente, di esplorare l’esistenza e il Tempo, assicurato dalla convenzione di essere persona e non personaggio, soggetto impersonale di un brogliaccio individuale.
