16 Agosto 2026, domenica
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Foggia, la mafia non si ferma: sei arresti nella “Società foggiana”, anche dal carcere continuavano a comandare

Nuovo colpo alla batteria Sinesi-Francavilla: droga, estorsioni e affari nell’edilizia. Cellulari clandestini in cella e alleanze criminali sul Gargano

La mafia foggiana non arretra, si riorganizza. E continua a operare anche quando i suoi vertici sono dietro le sbarre. È questo il quadro che emerge dall’ultima operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, che ha portato all’arresto di sei persone ritenute legate alla “Società foggiana”, storica organizzazione mafiosa del territorio.

L’ordinanza di custodia cautelare, emessa il 22 giugno dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari su richiesta della Procura, è stata eseguita il 24 giugno da Carabinieri e Polizia di Stato. Tra i destinatari figurano due fratelli indicati come capi e tre affiliati della batteria Sinesi-Francavilla, una delle articolazioni più attive del sodalizio mafioso. Per un sesto indagato, le accuse si intrecciano con reati finanziari.

Al centro dell’inchiesta c’è la dimostrazione della continuità operativa dell’organizzazione, già riconosciuta da numerose sentenze definitive, e della sua capacità di adattarsi alle restrizioni imposte dalla detenzione dei vertici. Secondo gli inquirenti, due degli indagati, pur agli arresti domiciliari, avrebbero continuato a impartire direttive e mantenere contatti con l’esterno, confermando un controllo stabile sulle attività criminali.

Uno degli episodi più significativi riguarda l’uso, nel 2021, di un telefono cellulare clandestino all’interno del carcere di Tolmezzo. Uno degli arrestati lo avrebbe utilizzato per mantenere vivi i rapporti tra i clan e garantire la sopravvivenza dell’organizzazione, nonostante la detenzione dei suoi leader. Un sistema collaudato che avrebbe consentito anche di preservare l’alleanza strategica con il clan Li Bergolis, egemone sul Gargano.

Le attività della “Società foggiana” restano ampie e diversificate: narcotraffico, estorsioni, reati predatori e persino la pianificazione di omicidi per eliminare i rivali. Il tessuto economico locale, secondo l’accusa, continua a subire una pressione costante, in particolare attraverso il racket che soffoca imprenditori e commercianti.

L’indagine ricostruisce inoltre l’evoluzione della criminalità foggiana dopo la storica operazione “Corona” (2005-2016), documentando una fase successiva caratterizzata da nuove strategie e rinnovati equilibri interni. Tra gli elementi raccolti, emergono le tensioni tra le batterie rivali, in particolare quella Sinesi-Francavilla e il gruppo Moretti-Pellegrino, nonché episodi di violenza legati al controllo del territorio.

Un passaggio chiave riguarda il tentato omicidio di Roberto Sinesi nel 2016, che avrebbe innescato riunioni tra esponenti dei clan per organizzare ritorsioni. Più recente è invece la contesa per la gestione della piazza di spaccio di Vieste, dove si sarebbero scontrati gruppi legati a Marco Raduano e al clan Li Bergolis. In questo contesto, uno degli arrestati avrebbe tentato di mediare un accordo illecito per “affittare” il mercato della droga per 10 mila euro al mese.

Non meno rilevante è il capitolo economico. Due indagati sono accusati di riciclaggio e autoriciclaggio aggravati dal metodo mafioso. Le indagini hanno ricostruito un flusso di denaro illecito – oltre 600 mila euro – reinvestito nel settore edilizio attraverso operazioni societarie e immobiliari, con l’obiettivo di infiltrare l’economia legale e consolidare il potere del clan.

Determinante, per gli sviluppi investigativi, è stata anche la collaborazione avviata nel 2024 dai fratelli Ciro e Giuseppe Francavilla, figure di vertice della batteria. Le loro dichiarazioni hanno permesso di aggiornare la mappa criminale, svelando nuove alleanze, dinamiche interne e modalità operative.

A rafforzare il quadro indiziario contribuiscono intercettazioni, servizi di osservazione, immagini di videosorveglianza, sequestri e dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Un sistema probatorio che, secondo gli inquirenti, dimostra come l’appartenenza al sodalizio non passi necessariamente da riti formali di affiliazione, ma da comportamenti concreti e continuativi.

L’operazione di questi giorni rappresenta anche la conferma di precedenti provvedimenti emessi da diversi tribunali italiani, che avevano già convalidato fermi nei confronti di alcuni degli indagati.

Resta fermo, come previsto dalla legge, il principio di presunzione di innocenza: il procedimento è ancora nella fase delle indagini preliminari e le misure cautelari si basano su un quadro indiziario che dovrà essere verificato nel corso del processo.

Intanto, però, l’inchiesta restituisce un’immagine chiara: la mafia foggiana è tutt’altro che indebolita. Cambia forma, si adatta, ma continua a esercitare il suo potere, dentro e fuori dal carcere.

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