2 Ottobre 2026, venerdì
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Nucleare iraniano, via ai colloqui in Svizzera. Ma il Medio Oriente resta in fiamme

Vance e Witkoff guidano il negoziato con Teheran mentre Israele continua i raid in Libano. Cresce il malcontento interno: per la maggioranza degli israeliani la guerra ha indebolito il Paese

Diplomazia e guerra scorrono su binari paralleli. Da un lato il tentativo di riaprire un canale negoziale sul dossier nucleare iraniano, dall’altro una crisi mediorientale che continua a produrre vittime e instabilità. È in questo contesto che il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance e l’inviato speciale Steve Witkoff sono arrivati in Svizzera per inaugurare il primo round di colloqui ad alto livello con Teheran.

«Speriamo in progressi concreti, sia sul nucleare sia su un cessate il fuoco in Libano», ha dichiarato Vance, lasciando intendere come i due dossier siano ormai strettamente intrecciati. Tuttavia, mentre la diplomazia si mette in moto, sul terreno la situazione appare ben lontana da una de-escalation.

Nelle ultime 24 ore il Libano è stato teatro di nuovi intensi bombardamenti israeliani, che avrebbero causato almeno sedici vittime. E questo nonostante il Paese dei Cedri rientri formalmente nel memorandum siglato tra Washington e Teheran, che avrebbe dovuto contribuire a contenere l’escalation regionale. Secondo fonti israeliane, nella serata di sabato il premier Benjamin Netanyahu avrebbe dato indicazione di avviare un cessate il fuoco, ma già nelle ore successive l’esercito ha ripreso gli attacchi: almeno sette i morti registrati nella mattinata.

A complicare ulteriormente lo scenario è intervenuta la decisione dei Pasdaran iraniani di annunciare una nuova chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico globale. Una mossa che rischia di avere ripercussioni ben oltre il teatro regionale, incidendo sui mercati internazionali e sulle già fragili catene di approvvigionamento.

Sul fronte interno israeliano, intanto, emergono segnali di crescente disillusione. Un sondaggio condotto dalla Hebrew University fotografa un’opinione pubblica fortemente critica: il 92% degli intervistati ritiene che l’Iran sia uscito vincitore dal conflitto, mentre l’82,9% considera la guerra dannosa per la sicurezza a lungo termine di Israele. Ancora più netto il giudizio complessivo: l’86% esprime una valutazione negativa dell’attuale situazione.

Numeri che raccontano una frattura profonda tra strategia militare e percezione pubblica, e che potrebbero avere conseguenze politiche rilevanti nelle prossime settimane. Nel frattempo, a Ginevra la diplomazia prova a riannodare i fili di un dialogo difficile, consapevole che ogni passo avanti rischia di essere smentito, in tempo reale, dal rumore delle armi.

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