16 Agosto 2026, domenica
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Nazismo 2.0, reclutamento tra i fragili: condanne a Roma per associazione eversiva

Smantellata una rete neonazista attiva sul web: propaganda negazionista, odio razziale e progetti di violenza. Due condanne, assolti altri imputati.

Un progetto strutturato, ideologico e pericolosamente orientato all’azione: non semplice propaganda, ma il tentativo concreto di rifondare un’organizzazione ispirata al nazismo, capace di attecchire soprattutto tra i più vulnerabili. È il quadro emerso davanti alla I sezione della Corte d’Assise di Roma, che ha condannato Alessio Sabelli a cinque anni e sei mesi di reclusione e Louis Kant Restauri a tre anni e sei mesi.

Per entrambi, i giudici hanno riconosciuto la responsabilità per associazione con finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell’ordine democratico. Al centro dell’inchiesta, una struttura paramilitare denominata “Unione Forze Identitarie” (Ufi), fondata — secondo l’accusa — dallo stesso Sabelli, noto negli ambienti dell’organizzazione con il nome di battaglia “Cesare”.

L’Ufi, stando agli atti processuali, non era una semplice comunità virtuale, ma un gruppo con una chiara matrice neonazista, caratterizzato da un’impostazione fortemente xenofoba, antisemita e improntata all’odio etnico. Attraverso piattaforme digitali, social network e canali criptati, l’organizzazione reclutava adepti, spesso giovanissimi e in condizioni di fragilità personale o sociale, proponendo un percorso di radicalizzazione ideologica e di appartenenza identitaria.

Tra gli obiettivi dichiarati, la diffusione sistematica di propaganda negazionista della Shoah e dei crimini di guerra, affiancata dall’incitamento all’odio e alla discriminazione. Non solo: il programma dell’associazione prevedeva anche il ricorso alla violenza e alla minaccia nei confronti di specifiche categorie, tra cui minoranze etniche, migranti, persone omosessuali e cittadini di religione ebraica.

La sentenza ha invece escluso la responsabilità di altri due imputati, assolti dalle accuse. Il collegio ha inoltre disposto un risarcimento di 50mila euro in favore del Ministero dell’Interno, costituitosi parte civile nel procedimento.

La vicenda giudiziaria si inserisce in un filone investigativo più ampio: nei mesi scorsi, altri soggetti coinvolti avevano già scelto la via del patteggiamento, ottenendo pene comprese tra i due anni e un anno e dieci mesi.

Un caso che riaccende l’attenzione sul fenomeno della radicalizzazione online e sulla capacità delle nuove piattaforme digitali di trasformarsi in strumenti di proselitismo estremista, soprattutto tra le fasce più esposte e vulnerabili della popolazione.

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