29 Giugno 2026, lunedì
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Crans-Montana, la doppia lezione dopo la tragedia: bocciati in Svizzera, promossi in Italia

Tra rigore e compassione, il destino scolastico dei ragazzi feriti riapre il dibattito: è l’Italia troppo emotiva o la Svizzera eccessivamente inflessibile?

“Hanno frequentato troppo poco”. Una frase asciutta, quasi burocratica, che in Svizzera ha segnato il destino scolastico di alcuni ragazzi sopravvissuti all’incendio del locale Le Constellation di Crans-Montana, tragedia che ha provocato 42 morti e decine di feriti. Una frase che, letta dall’altra parte delle Alpi, suona però come una condanna difficile da accettare.

Perché mentre negli istituti elvetici quei giovani sono stati bocciati per insufficiente frequenza, in Italia la stessa storia ha avuto un epilogo diametralmente opposto: tutti promossi. Due modelli, due visioni della scuola e forse, più in profondità, due modi diversi di intendere il rapporto tra regole e umanità.

La vicenda è emersa quasi per caso, in una chat creata dai genitori dei ragazzi coinvolti nella strage: famiglie italiane, svizzere e francesi unite dal dolore e da mesi di ospedale, interventi, riabilitazione. È lì che i genitori italiani hanno scoperto che, oltre al trauma fisico e psicologico, alcuni coetanei dei loro figli avrebbero dovuto affrontare anche una bocciatura.

“Ce lo hanno detto i genitori svizzeri – racconta al Corriere della Sera il padre di uno dei ragazzi ricoverati al Niguarda –. Le scuole sostenevano che non era possibile equiparare chi aveva frequentato regolarmente a chi era stato presente solo pochi mesi. Io la trovo una mancanza di umanità incredibile”.

Parole che aprono una crepa, non solo emotiva ma culturale. Perché la scelta svizzera si fonda su un principio rigoroso: la frequenza come requisito imprescindibile, parametro oggettivo di valutazione. Senza deroghe, anche di fronte a una tragedia. In Italia, invece, ha prevalso un approccio più flessibile: percorsi personalizzati, didattica a distanza, programmi adattati alle condizioni degli studenti. Una scuola che si piega, pur di non spezzare.

Tra i casi simbolo c’è quello di Giuseppe, studente del liceo Gonzaga. Il suo anno scolastico si è consumato tra corsie d’ospedale e terapie, con una riabilitazione ancora in corso e dispositivi medici da indossare ogni giorno. Eppure è riuscito a restare agganciato alla classe, a non perdere il filo con i compagni.

“Dopo quello che ha vissuto, perdere anche i compagni sarebbe stato orribile”, racconta il padre. In questa frase si condensa il senso della scelta italiana: la scuola non solo come luogo di apprendimento, ma come comunità, ancora prima che istituzione.

E allora la domanda si impone, inevitabile: chi ha ragione? L’Italia, che ha scelto di privilegiare il contesto umano rispetto alla rigidità delle regole? O la Svizzera, che ha difeso un principio di equità formale, evitando scorciatoie emotive?

Forse la risposta non è netta. Forse esiste una terza via, più complessa ma anche più giusta: quella di una valutazione caso per caso, che tenga conto del rendimento complessivo dello studente, della sua storia scolastica precedente, dell’impegno dimostrato nonostante le condizioni estreme. Una media ponderata, capace di restituire equilibrio tra merito e circostanza.

Perché se è vero che la scuola deve restare un presidio di serietà, è altrettanto vero che non può ignorare la realtà. E la realtà, in questo caso, ha il volto di ragazzi che hanno visto la morte da vicino, che portano ancora addosso le ferite – visibili e invisibili – di una notte che ha cambiato tutto.

Tra rigore e compassione, tra norma e coscienza, la vicenda di Crans-Montana lascia aperto un interrogativo che va oltre i confini nazionali: fino a che punto una regola può dirsi giusta, se non sa fare i conti con l’eccezione?

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