2 Ottobre 2026, venerdì
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Medio Oriente, la diplomazia vacilla: Trump frena Israele mentre l’escalation si allarga

Missili, raid e telefonate tra capitali: Washington insiste sulla trattativa, ma sul terreno la tensione cresce tra Iran, Israele e attori regionali

La crisi in Medio Oriente torna a salire di intensità e, mentre la diplomazia tenta di guadagnare spazio, la realtà sul campo racconta una traiettoria opposta. L’Iran è di nuovo al centro di una pericolosa escalation che rischia di travolgere gli sforzi di mediazione avviati dagli Stati Uniti.

Secondo indiscrezioni internazionali, il presidente americano Donald Trump avrebbe chiesto direttamente al premier israeliano Benjamin Netanyahu di evitare una risposta immediata all’attacco missilistico lanciato da Teheran, invitandolo a concedere tempo ai negoziati. Una linea che Washington continua a difendere con fermezza: la volontà di arrivare a un accordo resta, almeno ufficialmente, intatta. Trump, riferiscono fonti diplomatiche, sarebbe convinto che Israele non avrà “altra scelta” se non accettare una soluzione negoziale, minimizzando l’impatto degli attacchi iraniani sul percorso diplomatico.

Ma la situazione sul terreno racconta una realtà ben più instabile. Nelle ultime ore, esplosioni sono state segnalate a Teheran e nella vicina Karaj, mentre in Israele le sirene d’allarme hanno ripreso a suonare a Tel Aviv per il lancio di missili provenienti dallo Yemen, un evento che non si verificava dallo scorso aprile. Il sistema di allerta sui telefoni cellulari ha anticipato di pochi minuti l’attivazione delle sirene, spingendo milioni di civili a cercare rifugio nei bunker.

A complicare ulteriormente il quadro, le operazioni militari israeliane. Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno rivendicato un attacco su vasta scala contro sistemi di difesa strategici iraniani, condotto – secondo la versione ufficiale – da decine di caccia guidati dall’intelligence militare. L’obiettivo sarebbe stato smantellare infrastrutture recentemente dispiegate da Teheran per ricostruire le proprie capacità difensive, già compromesse in precedenti operazioni.

Sul fronte politico-diplomatico, gli Stati Uniti cercano di mantenere una posizione di equilibrio. Un funzionario della Casa Bianca ha chiarito che Washington non ha avuto alcun ruolo nell’attacco israeliano contro Beirut sud e non ha autorizzato l’operazione, prendendo le distanze da un possibile allargamento del conflitto al Libano. Allo stesso tempo, fonti americane e israeliane confermano che Trump continua a premere su Netanyahu per evitare un’escalation immediata.

Intanto, si intensifica il lavoro diplomatico nella regione. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avviato una serie di consultazioni telefoniche con i suoi omologhi di diversi Paesi – tra cui Gran Bretagna, Francia, Turchia, Egitto, Iraq e Arabia Saudita – oltre a un confronto con il capo dell’esercito pakistano. Parallelamente, il premier del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha ribadito il sostegno di Doha agli sforzi per contenere la crisi, sottolineando la necessità di un accordo complessivo capace di garantire stabilità e sicurezza durature.

Il quadro resta estremamente fluido. Tra raid mirati, allarmi continui e un’intensa attività diplomatica, il Medio Oriente si muove su un crinale sempre più sottile, dove ogni mossa rischia di trasformare una crisi regionale in un conflitto di ben più ampia portata.

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