Non soltanto una vicenda fiscale. Non soltanto un’inchiesta su fatture sospette e sponsorizzazioni opache. Quello che emerge dagli atti della Procura di Milano è un intreccio ben più ampio, dove televisione, politica, associazionismo e denaro pubblico finiscono per sovrapporsi in una zona grigia che ora magistrati e investigatori stanno tentando di illuminare.
Al centro dell’indagine c’è la parlamentare di Noi Moderati Michela Vittoria Brambilla, per anni volto televisivo del programma “Dalla parte degli animali”, trasmissione andata in onda su Rete 4 e costruita attorno al tema della tutela animale, battaglia storicamente legata all’immagine pubblica dell’ex ministra del Turismo.
La Procura milanese le contesta sei capi d’imputazione riconducibili a un presunto sistema di false fatturazioni ed evasione fiscale. Insieme a lei risultano indagate altre cinque persone. L’inchiesta, coordinata dall’aggiunto Paolo Ielo e sviluppata dalla Guardia di Finanza insieme alla Squadra Mobile della Polizia, ha portato nelle scorse ore a una serie di perquisizioni negli uffici dell’Ente Nazionale Cinofilia Italiana (Enci) e nelle sedi di tre società di produzione televisiva.
Secondo gli investigatori, il cuore del meccanismo sarebbe stato costruito attraverso una catena di rapporti economici tra Enci, alcune società impegnate nella realizzazione del programma televisivo e la ditta individuale riconducibile alla stessa Brambilla. Una rete finanziaria che, stando alle accuse, avrebbe consentito da un lato di creare costi fiscalmente deducibili e dall’altro di trasferire denaro verso la società della parlamentare.
Negli atti dell’inchiesta si parla esplicitamente di “operazioni oggettivamente inesistenti”. In particolare, Brambilla ed Espedito Muto — rappresentante legale dell’Enci — vengono indicati come soggetti che avrebbero utilizzato fatture emesse dalla società Nexy Studios per presunte attività di “product placement”, considerate dagli inquirenti meri strumenti contabili privi di reale contenuto economico.
La ricostruzione accusatoria sostiene che il sistema si sarebbe consolidato a partire dal 2020. Ed è proprio l’andamento dei flussi finanziari a rappresentare, secondo la Procura, uno degli elementi più significativi dell’indagine.
I magistrati evidenziano infatti un improvviso e costante aumento delle somme versate dall’Enci alle società di produzione televisiva coinvolte nella realizzazione del programma. Una crescita definita “inspiegabile” negli atti investigativi, soprattutto se confrontata con la progressiva riduzione dei contributi provenienti dagli altri sponsor privati della trasmissione.
I numeri fotografano un’espansione economica rilevante. Tra il 2020 e il 2023 l’Enci avrebbe versato circa 976 mila euro alle tre società di produzione. Parallelamente, le stesse società avrebbero fatturato alla ditta individuale di Brambilla una cifra quasi coincidente: oltre 937 mila euro. Una sostanziale sovrapposizione di importi che, secondo la Procura, renderebbe economicamente illogico il ruolo delle società intermediarie, le quali non avrebbero trattenuto margini compatibili con una reale attività produttiva.
Per gli investigatori, proprio questa coincidenza rappresenterebbe uno degli indizi più evidenti dell’inesistenza delle operazioni commerciali indicate nelle fatture.
Non meno significativa, secondo gli inquirenti, sarebbe la sproporzione tra le finalità istituzionali dell’Enci e il reale ritorno mediatico ottenuto attraverso il programma televisivo. Gli atti sottolineano infatti come la presenza dell’ente all’interno della trasmissione fosse marginale e sporadica: brevi interventi tecnici non presenti in tutte le puntate e privi di uno spazio strutturato dedicato all’attività istituzionale dell’organizzazione.
Anche la gestione interna delle spese è ora oggetto di approfondimento. In una delibera del novembre 2023 il Consiglio Direttivo dell’Enci avrebbe autorizzato investimenti pubblicitari per 220 mila euro. Tuttavia, secondo quanto ricostruito dalla Procura, l’ente avrebbe successivamente impegnato e liquidato circa 549 mila euro, con un incremento superiore al 249 per cento rispetto allo stanziamento approvato.
Un’anomalia che gli investigatori considerano particolarmente rilevante perché, allo stato attuale delle verifiche, non risulterebbe supportata da ulteriori delibere autorizzative.
La vicenda era già emersa mesi fa grazie a un’inchiesta televisiva di “Report”, firmata dalla giornalista Giulia Innocenzi, che aveva acceso i riflettori sui rapporti economici tra l’Enci e il programma televisivo condotto dalla parlamentare. Quel lavoro giornalistico, successivamente confluito in un esposto, avrebbe contribuito ad alimentare gli approfondimenti investigativi ora sfociati nell’inchiesta milanese.
Per il momento si tratta naturalmente di accuse ancora tutte da verificare nelle sedi giudiziarie competenti. Nessun rinvio a giudizio è stato disposto e la posizione degli indagati resta coperta dalla presunzione di innocenza. Tuttavia, il caso si annuncia già politicamente delicato: perché investe non soltanto una figura parlamentare nota al grande pubblico, ma anche il rapporto tra enti associativi, comunicazione televisiva e gestione delle risorse economiche.
Ed è proprio questo il punto più sensibile dell’intera vicenda. Dietro le contestazioni fiscali emerge infatti una domanda più ampia: dove termina la promozione istituzionale e dove comincia invece un utilizzo distorto dei fondi e delle sponsorizzazioni?
Sarà ora l’indagine della magistratura a stabilire se dietro quelle fatture vi fosse una reale attività economica oppure un sistema costruito per mascherare trasferimenti di denaro attraverso operazioni solo formalmente lecite.
