23 Ottobre 2026, venerdì
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Il primato del capitale: perché gli Stati non possono davvero scegliere

Dall’Unione Europea agli Stati Uniti, il vincolo del debito e dei mercati finanziari limita l’autonomia politica dei governi, rendendo marginali le differenze ideologiche.

A cura di Gilberto Borzini

LA RIFLESSIONE

Ce lo chiede il Capitale

Ai tempi del governo Monti si diceva “ce lo chiede l’Europa” e oggi possiamo tranquillamente sostituire quel motto con il più coerente “ce lo chiede il Capitale”.

L’Unione Europea è un costrutto economico-finanziario che obbedisce a regole precise, anche a causa della manifesta sudditanza rispetto all’alleato americano che, perseguendo i propri interessi strategici, presidia il continente con le proprie milizie.

Gli Stati Uniti sono un impero economico basato sul controllo delle relazioni economiche con gli Stati vassalli, controllo esercitato attraverso strutture di politica finanziaria quali il Fondo Monetario Internazionale o le maggiori agenzie di rating.

A loro volta, gli USA dipendono in buona misura dall’andamento delle vendite dei loro titoli di Stato (T-Bond), acquistati prevalentemente da potentati bancari e finanziari: il collocamento dei titoli di Stato consente allo Stato il mantenimento di politiche di indebitamento e di spesa pubblica corrente.

La stessa cosa accade in ogni Paese la cui economia si definisce “di mercato”: il buon piazzamento dei titoli pubblici consente allo Stato di gestire attività finanziate grazie al debito attivato verso i creditori, che sono banche, assicurazioni e operatori finanziari.

Inevitabilmente, gli Stati non possono inimicarsi i rispettivi creditori, pena la possibile rinuncia all’acquisto dei titoli di Stato e il conseguente rischio di default sistemico.

Altrettanto inevitabilmente, gli Stati definiscono politiche di sostegno all’attività dei rispettivi creditori, a partire dalla privatizzazione di attività pubbliche fino ad arrivare a regimi fiscali particolarmente agevolati; e a nessun capo di governo assennato passa per la testa di mettere in discussione equilibri fragili sui quali si basa la tenuta dell’organizzazione statale.

Definita la dinamica fondamentale delle relazioni tra capitale e Stati, appare inevitabile che nessuno schieramento, comunque si voglia definire, conservatore o progressista, europeista o sovranista, possa davvero affermare condotte fiscali o finanziarie divergenti rispetto a quanto descritto.

Al più vi saranno modeste operazioni di maquillage, opzioni estetiche più che di contenuto, ma nulla che modifichi nella sostanza le relazioni di economia politica e la subalternità degli Stati al capitale finanziario.

A fronte dei limiti imposti dalla UE a un ulteriore indebitamento statale per far fronte a impegni di spesa già assunti, l’unica soluzione percorribile viene individuata nell’alternanza tra ulteriori privatizzazioni, con le quali fare cassa nel breve periodo, e aumento della pressione fiscale, centrale o periferica che sia, attraverso la quale rafforzare le capacità finanziarie di Stato, Regioni, Province e Comuni nelle rispettive competenze.

In parallelo, si assiste alla destrutturazione di servizi onerosi a carico dell’erario (scuola, sanità) e al trasferimento dei medesimi servizi a istituti privati in grado di trarre profitto da ciò che lo Stato erogava gratuitamente.

In questa logica, non vi è più alcuna distinzione tra sinistra e destra, tra sovranisti ed europeisti: si fa ciò che il capitale richiede per evitare il fallimento sotto il peso dell’organizzazione statale e della sua elefantiaca e poco efficiente burocrazia.

Il resto è pura comunicazione, sete di potere spacciata per politica, alternanza strategica di governi con simboli e vessilli differenti che finiranno inevitabilmente per praticare le medesime politiche.

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