Si conclude con il rito del “presente” e con i saluti romani il corteo dell’ultradestra che attraversa Milano per la 51ª commemorazione di Sergio Ramelli. Sono circa duemila i partecipanti che, nella serata di mercoledì, si danno appuntamento in piazzale Gorini per poi muoversi in direzione via Paladini, luogo simbolo della memoria neofascista cittadina.
Il corteo si sviluppa compatto, scandito da un silenzio rigoroso e da file ordinate. In testa lo striscione “Onore ai camerati caduti”, seguito da fiaccole accese e bandiere tricolori. La commemorazione non riguarda soltanto Ramelli, ma si estende anche ad altre figure della destra radicale, come Enrico Pedenovi e Carlo Borsani.
A sfilare sono le principali sigle dell’estrema destra italiana: CasaPound, Forza Nuova, Lealtà Azione e Rete dei Patrioti. La marcia procede senza incidenti, sorvegliata dalle forze dell’ordine, fino al murale dedicato a Ramelli, a pochi passi dal luogo in cui il giovane viene aggredito nel marzo del 1975.
È qui che si consuma il momento più controverso. Al termine del corteo, i partecipanti si dispongono per il tradizionale appello: i nomi dei “camerati” vengono pronunciati e la folla risponde in coro “presente”, accompagnando il rito con il braccio teso nel saluto romano. Una scena che, puntuale ogni anno, riaccende polemiche e divisioni.
Durante la manifestazione si registra anche un episodio marginale: da un balcone della zona partono urla e insulti indirizzati al corteo, che però non reagisce, mantenendo la linea del silenzio fino allo scioglimento.
Resta, tuttavia, il nodo politico e giuridico che la giornata ripropone con forza. Il ripetersi pubblico di gesti e simboli riconducibili all’ideologia fascista alimenta un interrogativo che attraversa istituzioni e società civile: la Costituzione italiana e le leggi come la Scelba e la Mancino sono ancora strumenti efficaci o rischiano di restare lettera morta? E ancora: dov’è il confine tra commemorazione e apologia?
Domande che, anche questa volta, risuonano più forti del silenzio del corteo. E che chiamano in causa direttamente lo Stato e le sue articolazioni territoriali: mentre si consuma il rito, qualcuno si chiede se le istituzioni vigilino davvero o restino, metaforicamente, a guardare.
