Una sentenza arrivata al termine di una camera di consiglio durata poco più di tre ore chiude, almeno in primo grado, uno dei casi più sconvolgenti degli ultimi anni. La Corte d’Assise di Parma, presieduta dal giudice Alessandro Conti, ha condannato a 24 anni e tre mesi Chiara Petrolini, 22enne di Traversetolo, accusata della morte dei due neonati partoriti in segreto e poi sepolti nel giardino della casa di famiglia. La giovane è stata tuttavia assolta dall’accusa relativa al primo figlio.
In aula, al momento della lettura del dispositivo, Petrolini è rimasta impassibile. Ben diversa la reazione tra il pubblico: i genitori della ragazza sono scoppiati in lacrime, mentre all’esterno si sono registrati momenti di tensione tra un gruppo di amici della condannata e i giornalisti presenti. Gli amici hanno cercato di proteggerla all’uscita, arrivando a coprirla con giacche e a rivolgere insulti ai cronisti. Necessario l’intervento dei carabinieri per riportare la calma.
Il dolore del padre: “Mai riconosciuto il mio ruolo”
Subito dopo la sentenza, Samuel Granelli, ex fidanzato della giovane e padre dei due bambini, ha lasciato rapidamente l’aula. “Vorrei raggiungerlo per capire come sta”, ha spiegato la sua legale Monica Moschion. Il punto, ha sottolineato l’avvocata, non è mai stato la vendetta: “Samuel voleva solo essere riconosciuto nel suo diritto di padre, nella possibilità di esserci. Nulla potrà restituirgli questo”.
Un dolore aggravato dalla scoperta di essere stato tenuto completamente all’oscuro delle gravidanze: “Si è sentito tradito ed escluso, anche durante il processo non ha percepito il riconoscimento del suo ruolo”.
Risarcimenti e interdizioni
La Corte ha stabilito anche le provvisionali in attesa della definizione del risarcimento civile: 100mila euro a Granelli, 30mila al padre di lui e 15mila alla madre. Per Petrolini, che resta agli arresti domiciliari, già disposti dal settembre 2024, è stata inoltre prevista l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, l’interdizione legale per tutta la durata della pena e, una volta scontata, cinque anni di libertà vigilata.
Le accuse e la linea della Procura
La Procura di Parma aveva chiesto una condanna a 26 anni, contestando due omicidi premeditati e la soppressione di cadavere. I magistrati avevano ritenuto le aggravanti equivalenti alle attenuanti generiche, tra cui la giovane età e soprattutto l’immaturità emersa dalla perizia psichiatrica, che però ha escluso qualsiasi incapacità di intendere e volere.
Il caso: due neonati trovati nel giardino
La vicenda ha avuto origine il 9 agosto 2024, quando nel giardino della villetta di famiglia a Vignale di Traversetolo è stato rinvenuto casualmente il primo corpicino, nascosto in un sacchetto. A fare la scoperta sarebbe stato un cane, mentre la famiglia era in vacanza negli Stati Uniti. Un mese dopo, il 13 settembre, nello stesso punto è emerso un secondo scheletro.
Le autopsie hanno stabilito che entrambi i neonati erano nati vivi, al termine di gravidanze giunte alla quarantesima settimana, rispettivamente nel maggio 2023 e nell’agosto 2024. La maternità è stata confermata sia dal Dna sia dalle ammissioni della stessa imputata. Solo il 16 settembre 2024 la giovane è stata formalmente indagata per omicidio volontario e occultamento di cadavere.
La doppia vita e le gravidanze nascoste
Le indagini hanno ricostruito un quadro inquietante: Petrolini sarebbe riuscita a celare entrambe le gravidanze a tutti, compresi i familiari e il compagno. Continuava la sua vita apparentemente normale, tra studio, lavoro e uscite con gli amici, fumando sigarette e marijuana. Secondo gli inquirenti, dopo aver seppellito il secondo neonato sarebbe uscita per un drink.
Un contrasto netto con l’immagine che molti avevano di lei. Alcuni genitori dei bambini accuditi dalla giovane come babysitter la descrivevano come “empatica, solare, bravissima”. Eppure, parallelamente, dalle analisi dei dispositivi elettronici sono emerse ricerche online su come abortire o nascondere una gravidanza.
Le dichiarazioni della giovane
Davanti agli psichiatri, Petrolini ha fornito una versione complessa e contraddittoria. Ha sostenuto di aver voluto il secondo figlio, cercato dopo una prima gravidanza “andata male”, ma di non essere stata in grado di gestire il parto, avvenuto in solitudine. “Pensavo fosse andato tutto bene, poi quando ho ripreso i sensi non respirava più”, avrebbe raccontato, attribuendo la morte al taglio del cordone ombelicale.
Ancora più controversa la sua percezione dei fatti: “Non pensavo di aver fatto nulla di sbagliato”, ha dichiarato a proposito della sepoltura dei neonati.
In aula, poco prima della requisitoria, ha respinto l’immagine di sé come madre assassina: “Non ho mai voluto fare del male ai miei bambini”. Ha parlato di un profondo senso di solitudine, “uno spazio vuoto che nessuno riusciva a riempire”, nonostante una vita apparentemente ordinaria.
La difesa: “La vicenda non è chiusa”
La difesa, rappresentata dall’avvocato Nicola Tria, annuncia battaglia. “Per una vicenda come questa la pena poteva essere più mite”, ha dichiarato, ribadendo il tema della fragilità psicologica della giovane: “La questione della patologia resta aperta, non desisteremo”.
Un percorso giudiziario, dunque, destinato a proseguire. Ma la sentenza di primo grado segna già un punto fermo in una storia che ha scosso profondamente l’opinione pubblica, sospesa tra orrore, interrogativi e un dolore che nessuna decisione giudiziaria potrà colmare.
