3 Ottobre 2026, sabato
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Alemanno, sconto di pena per condizioni degradanti: fuori dal carcere il 24 giugno

L’ex sindaco di Roma ottiene 39 giorni di riduzione: decisiva la valutazione del Tribunale di Sorveglianza sulle condizioni di detenzione. Dal carcere le battaglie sul sovraffollamento e il caso Russo

Tra due mesi esatti, il 24 giugno, si riapriranno le porte del carcere di Rebibbia per Gianni Alemanno. L’ex sindaco di Roma, detenuto dalla notte di Capodanno 2024 dopo la violazione delle prescrizioni legate ai servizi sociali, potrà lasciare la struttura penitenziaria con un anticipo di 39 giorni rispetto alla scadenza prevista della pena.

A stabilirlo è stato il Tribunale di Sorveglianza della Capitale, che ha accolto l’istanza presentata dal difensore, l’avvocato Edoardo Albertario. La decisione si fonda sull’applicazione di una norma dell’ordinamento penitenziario che consente la riduzione della pena in presenza di condizioni detentive ritenute “umane e degradanti”. Una valutazione che ha inciso concretamente sulla condanna definitiva a un anno e dieci mesi per traffico di influenze, reato per il quale Alemanno sta scontando la pena in regime carcerario.

La permanenza a Rebibbia, tuttavia, non è stata solo il tempo della detenzione. Nei mesi trascorsi in cella, l’ex primo cittadino ha trasformato la propria esperienza in una piattaforma di denuncia pubblica sulle condizioni del sistema penitenziario italiano. Più volte ha acceso i riflettori su quella che ha definito un’emergenza strutturale, fatta di sovraffollamento, carenze organizzative e criticità sanitarie.

Già a maggio dello scorso anno, insieme a Fabio Falbo, aveva indirizzato una lettera al ministro della Giustizia Carlo Nordio, parlando apertamente di una situazione “sempre più drammatica”. Il documento, inviato in coincidenza con l’ennesimo bilancio di morti in carcere, denunciava un sistema in affanno, incapace — secondo i firmatari — di garantire il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena. Da qui la richiesta di interventi urgenti, non solo sul piano normativo ma anche su quello organizzativo, per alleggerire il carico su magistratura di sorveglianza e strutture esterne ormai prossime al collasso.

La battaglia di Alemanno non si è fermata alle lettere istituzionali. Nei mesi successivi ha fatto pervenire allo stesso ministro una copia del suo libro, “L’emergenza negata – Il collasso delle carceri italiane”, ricevendo un messaggio di ringraziamento. E, in occasione del Giubileo dei detenuti, aveva scelto di rivolgersi direttamente anche al Papa, inserendo la propria esperienza personale in un discorso più ampio sulla dignità della detenzione.

Ma è sul piano concreto delle storie individuali che il suo intervento ha trovato maggiore risonanza. È il caso di Antonio Russo, 88 anni, detenuto nello stesso reparto di Rebibbia e recentemente graziato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Alemanno, insieme ancora a Falbo, aveva portato all’attenzione delle istituzioni la vicenda dell’anziano, condannato a 12 anni per omicidio volontario in un contesto familiare segnato — secondo la ricostruzione difensiva — da ripetute violenze domestiche.

Nella lettera inviata al Quirinale, i due firmatari descrivevano Russo come un detenuto fragile, segnato dall’età e da condizioni di salute precarie, non più socialmente pericoloso e con una famiglia pronta ad accoglierlo in detenzione domiciliare. Una situazione definita senza mezzi termini “una grande vergogna”, che ha contribuito ad accendere il dibattito pubblico fino all’epilogo della grazia presidenziale.

Ora, mentre si avvicina la data della scarcerazione, il caso Alemanno si inserisce in un quadro più ampio: quello di un sistema penitenziario che continua a interrogare politica e giustizia, tra esigenze di sicurezza, diritti fondamentali e sostenibilità delle strutture. Una questione tutt’altro che chiusa, destinata a restare al centro dell’agenda pubblica anche oltre la vicenda personale dell’ex sindaco.

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