La diplomazia si muove, ma il terreno resta minato. Tra Washington e Teheran si consuma l’ennesimo braccio di ferro, questa volta attorno a una proposta americana articolata in quindici punti che, secondo indiscrezioni provenienti dalla Casa Bianca, sarebbe stata recapitata alla Repubblica islamica attraverso una mediazione pakistana. Un tentativo di ricomporre la crisi che però, almeno per ora, sembra destinato a infrangersi contro la diffidenza reciproca.
Il piano statunitense — descritto da fonti vicine al dossier — punta a un ridimensionamento strutturale della potenza iraniana: smantellamento delle capacità nucleari, drastica limitazione del programma missilistico, garanzie sulla libera navigazione nello Stretto di Hormuz e, in cambio, un progressivo allentamento del regime sanzionatorio. Una proposta che Teheran avrebbe respinto, rilanciando con cinque contro-condizioni giudicate “irricevibili” da ambienti militari americani.
Nel frattempo, proprio lo Stretto di Hormuz — snodo cruciale per gli equilibri energetici globali — torna a essere leva politica. Le autorità iraniane ne hanno annunciato una riapertura graduale, ma a condizioni stringenti: accesso consentito solo alle navi considerate “non ostili” e previo pagamento di una tassa che sfiora i 2 milioni di dollari per transito. Un segnale chiaro: il controllo delle rotte energetiche resta un’arma negoziale nelle mani di Teheran.
Dietro le quinte si muove un Golfo diviso. Da un lato, alcuni Paesi della regione lavorano per favorire un dialogo diretto tra Stati Uniti e Iran, consapevoli dei rischi sistemici di un’escalation fuori controllo. Dall’altro, l’Arabia Saudita e i suoi alleati spingono per una linea dura, sollecitando Washington a proseguire con la pressione militare sul regime degli ayatollah.
La Casa Bianca, per ora, sceglie una strategia duplice: apertura formale al negoziato e rafforzamento della presenza militare. Nelle ultime ore è stato disposto l’invio di circa 3.200 soldati della 82ª Divisione aviotrasportata in Medio Oriente, segnale di una deterrenza che accompagna — senza sostituirla — la via diplomatica.
Non mancano, inoltre, le manovre sul futuro politico iraniano. Secondo alcune fonti, l’ex presidente americano Donald Trump vedrebbe nel presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf una figura potenzialmente adatta a guidare il Paese nella fase post-Khamenei, ipotesi che alimenta ulteriormente le tensioni.
Sul piano economico, gli effetti della crisi sono già tangibili. L’Iraq, fortemente dipendente dalle esportazioni attraverso Hormuz, ha visto crollare la propria produzione petrolifera di circa l’80%: dai 4,3 milioni di barili al giorno si è passati a circa 800 mila. Baghdad ha disposto ulteriori tagli, riducendo la produzione nei giacimenti strategici di Rumaila e Zubair, nel tentativo di contenere l’impatto delle interruzioni.
Ma è sul fronte militare che la tensione raggiunge il punto più alto. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Pasdaran) ha annunciato di aver portato a termine l’81ª ondata di attacchi contro Israele, colpendo oltre 70 obiettivi. Tra le aree interessate figurano Haifa, Dimona e diverse zone a nord e sud di Tel Aviv. Secondo fonti iraniane, sarebbero stati impiegati missili di precisione di ultima generazione, tra cui Emad, Qiam e Khorramshahr 4.
Il bilancio, sempre secondo Teheran, avrebbe superato le 2.500 vittime tra morti e feriti in territorio israeliano. Numeri impossibili da verificare in modo indipendente, ma che contribuiscono a delineare la portata dello scontro.
Nel comunicato ufficiale, i Pasdaran attaccano frontalmente Washington e il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, accusati di alimentare il conflitto con “menzogne e distorsioni”. La replica è affidata a un linguaggio che non lascia spazio a interpretazioni: “Ridurremo Tel Aviv e Haifa in polvere”.
Tra diplomazia inceppata, pressioni regionali divergenti e un conflitto che continua a intensificarsi, il Medio Oriente si conferma ancora una volta epicentro di una crisi globale in cui negoziato e guerra procedono, pericolosamente, su binari paralleli.
