6 Ottobre 2026, martedì
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Il Federale e il colore del gatto

Tra disincanto, immobilismo locale e una classe dirigente sotto accusa: viaggio amaro nell’Italia che non decide

LA RIFLESSIONE

A cura di Gilberto Borzini

Nel luogo in cui vivo – un posto che ama definirsi città ma che, nei fatti, resta un grande paese – vive anche un personaggio che molti soprannominano “il Federale”, richiamando le atmosfere grottesche del film Il Federale.

Fu proprio lui, in uno dei suoi rari momenti di sincerità, a confidarmi anni fa che l’elettore medio è pigro, abitudinario, poco incline a interrogarsi davvero sulle ragioni del proprio voto. Si limita, diceva, a tracciare una croce per inerzia, più che per convinzione.

Un giudizio duro, ma non isolato. Lo stesso cinismo l’ho ritrovato, tempo addietro, nelle parole di un senatore destinato a ben più alte cariche, che durante una conversazione informale liquidò il peso del popolo con una metafora tanto efficace quanto poco elegante. Segno che, al di là delle dichiarazioni pubbliche, una certa sfiducia nell’elettorato attraversa trasversalmente chi di politica vive.

Se questa è la considerazione, allora diventa inevitabile rovesciare la prospettiva: non tanto interrogarsi sull’elettore, quanto sull’operato di chi chiede e ottiene consenso.

E qui il discorso si fa concreto. Nel “paesone” che si crede città, amministrato dal Federale e dai suoi, si fatica a intravedere una traiettoria di sviluppo. Altrove, invece, accade l’opposto. A Fossano, per esempio, sono in cantiere progetti logistici di rilievo, con ricadute evidenti in termini occupazionali. Dinamiche simili si osservano anche a Novara.

Qui no. E la domanda, a questo punto, è inevitabile: perché? Perché territori con caratteristiche comparabili riescono ad attrarre investimenti e creare lavoro, mentre il nostro resta fermo, pur godendo di una posizione logisticamente favorevole?

Alle domande, l’amministrazione locale risponde con l’elusione. Un atteggiamento che riecheggia quello dei livelli nazionali, dove negli ultimi anni si è assistito a una sequenza di scelte spesso inefficaci, quando non del tutto mancate.

Nasce così un sospetto: che il “gatto” eletto per catturare i topi – cioè per generare sviluppo, occupazione, riqualificazione – sia in realtà già troppo sazio per mettersi a caccia. Che preferisca le comodità del ruolo, le rendite di posizione, le poltrone nei consigli d’amministrazione e le opportunità legate ai grandi flussi di spesa pubblica, mentre i “topi” – investimenti, imprese, lavoro – scelgono altri territori.

Eppure il principio resta semplice, come ricordava Mao Zedong: non importa il colore del gatto, purché prenda i topi. Il problema è che, qui, di topi catturati non c’è traccia. E allora diventa lecito chiedersi se abbia senso continuare a premiare l’inefficacia.

Il Parlamento imbarazzante

Per onestà, va detto che il Federale locale non è un’eccezione, ma piuttosto una versione in scala ridotta di ciò che accade a livello nazionale. Nel grande teatro della politica romana – quel “pandemonio” che si autodefinisce capitale – va in scena uno spettacolo spesso disarmante.

Non si pretende una classe dirigente all’altezza di figure come Piero Calamandrei, Luigi Einaudi o Alcide De Gasperi. Sarebbe forse troppo. Ma ci si aspetterebbe almeno una competenza di base: la capacità di scrivere una legge senza inciampare in errori formali, contraddizioni evidenti o scivoloni costituzionali.

Invece, troppo spesso, si assiste a un Parlamento popolato da figure prive di adeguata preparazione, più abili nella propaganda che nell’elaborazione di contenuti. Una rappresentanza che sembra alimentarsi di slogan, visibilità social, consenso immediato, sacrificando qualità, competenza e visione.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: poche proposte incisive, scarso protagonismo legislativo, un generale impoverimento del dibattito pubblico.

Esecutivo desolante

Da questo stesso bacino si forma poi l’Esecutivo: una selezione che premia fedeltà e allineamento più che merito e capacità. Ne deriva una classe di governo spesso più attenta alla gestione del potere che alla soluzione dei problemi.

Si privilegia la logica del controllo e della difesa del perimetro politico, più che quella della crescita e dell’innovazione. Si moltiplicano norme discutibili, si rincorrono emergenze senza affrontarne le cause, si comunica molto e si realizza poco.

In questo quadro, torna inevitabile la metafora iniziale: gatti che non cacciano.

E allora la domanda finale resta aperta, quasi sospesa: se il gattile nel suo complesso si dimostra incapace – o disinteressato – a catturare i topi, non è forse il caso di cambiarlo?

Il problema, semmai, è capire con chi.

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