2 Luglio 2026, giovedì
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Golfo sull’orlo: truppe Usa verso Hormuz, petrolio in corsa e nuovi raid nella regione

Mentre il conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran si avvicina alla quarta settimana, Washington valuta un’escalation militare senza precedenti. Tra minacce strategiche, attacchi mirati e mercati in fibrillazione, il Medio Oriente torna epicentro della tensione globale.

La crisi in Medio Oriente entra in una fase ancora più delicata e imprevedibile. A quasi un mese dall’inizio delle ostilità tra Israele, Stati Uniti e Iran, segnali sempre più concreti indicano una possibile estensione del conflitto, tanto sul piano militare quanto su quello economico e geopolitico.

Secondo fonti riportate dall’agenzia Reuters, l’amministrazione americana starebbe valutando il dispiegamento di migliaia di soldati nell’isola iraniana di Kharg e lungo le coste strategiche dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico globale. Una mossa che, se confermata, rappresenterebbe un salto di qualità nell’impegno diretto degli Stati Uniti nell’area.

Parallelamente, indiscrezioni provenienti da ambienti governativi e rilanciate dal Washington Post parlano di una richiesta del Pentagono alla Casa Bianca per uno stanziamento superiore ai 200 miliardi di dollari da sottoporre al Congresso, destinato al finanziamento delle operazioni militari. Tuttavia, all’interno della stessa amministrazione emergono dubbi sulla sostenibilità e sulla realistica approvazione di una cifra così imponente.

Nel frattempo, il presidente Donald Trump alza ulteriormente i toni. In una dichiarazione che ha immediatamente fatto il giro delle cancellerie internazionali, ha minacciato la distruzione del gigantesco giacimento di gas iraniano di South Pars nel caso in cui Teheran dovesse colpire nuovamente l’impianto di gas naturale liquefatto di Ras Laffan, in Qatar. Un avvertimento che mette nel mirino due infrastrutture energetiche tra le più rilevanti al mondo, evidenziando quanto il conflitto si giochi anche sul terreno delle risorse.

Le tensioni si riflettono già sui mercati: il prezzo del greggio Brent è schizzato in alto, registrando un incremento del 5% fino a toccare i 112 dollari al barile. Un segnale chiaro delle preoccupazioni degli investitori per la stabilità delle forniture energetiche globali.

Sul campo, intanto, gli episodi di violenza si moltiplicano. Media regionali riferiscono di un attacco aereo contro la raffineria Samref, nel porto saudita di Yanbu, sul Mar Rosso. Sebbene i danni siano stati definiti limitati, il valore simbolico del bersaglio è altissimo: si tratta infatti di uno dei pilastri dell’industria petrolchimica saudita.

Non meno preoccupante quanto accaduto in Iraq, dove – secondo una fonte della sicurezza citata da Al Jazeera – due droni hanno colpito una base statunitense nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Un attacco che conferma come il conflitto stia ormai travalicando i confini originari, coinvolgendo attori e territori sempre più ampi.

In questo scenario, la sensazione è che la regione si trovi sospesa su un equilibrio sempre più fragile. Le mosse delle prossime settimane saranno decisive per capire se si aprirà uno spiraglio diplomatico o se, al contrario, il Medio Oriente scivolerà verso una nuova, pericolosa escalation.

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