29 Giugno 2026, lunedì
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Addio a Umberto Bossi, il “Senatùr”

Fondatore della Lega Nord e protagonista della Seconda Repubblica, ha portato al centro del dibattito federalismo e identità territoriali. Aveva 84 anni

È morto Umberto Bossi, figura chiave della Seconda Repubblica e fondatore della Lega Nord. Il “Senatùr”, come era universalmente conosciuto, si è spento a 84 anni all’ospedale di Varese, dove era stato ricoverato nei giorni scorsi. Con lui scompare uno dei leader più divisivi e, al tempo stesso, più incisivi della storia politica recente del Paese.

Nato nel 1941 a Cassano Magnago, nel Varesotto, Bossi costruì dal nulla un movimento destinato a cambiare profondamente gli equilibri nazionali. Prima la Lega Lombarda, poi nel 1989 la nascita della Lega Nord a Bergamo: da quel momento prese forma un progetto politico fondato su federalismo, critica allo Stato centrale e valorizzazione delle identità locali. Un linguaggio diretto, spesso provocatorio, che gli garantì consenso popolare ma anche dure contestazioni.

L’irruzione sulla scena nazionale

Negli anni Novanta, Bossi e la Lega Nord si affermano come protagonisti assoluti della politica italiana. L’alleanza con Silvio Berlusconi segna la nascita del centrodestra moderno e inaugura una stagione di governi in cui la Lega diventa decisiva per le maggioranze parlamentari.

Bossi ricopre incarichi di primo piano, tra cui quello di ministro per le Riforme istituzionali, portando avanti con determinazione il tema del decentramento e dell’autonomia. Le sue scelte politiche oscillano tra rotture clamorose e riavvicinamenti strategici, contribuendo a rendere la Lega una forza imprevedibile ma centrale.

La “Padania” e l’identità leghista

Tra le intuizioni più controverse, l’idea della “Padania”: una macro-regione del Nord Italia per la quale Bossi arrivò a ipotizzare forme di autogoverno e autonomia fiscale. Attorno a questo progetto si costruisce una vera e propria identità politica, alimentata da simboli, rituali e mobilitazioni come i raduni di Pontida.

Il leader leghista incarna una linea spesso radicale, con toni conflittuali e una retorica anti-centralista che segna profondamente il dibattito pubblico. Col tempo, tuttavia, la Lega evolve verso posizioni più pragmatiche, adattandosi alle dinamiche di governo senza rinunciare alla propria base ideologica.

La malattia e il progressivo ritiro

L’11 marzo 2004 un grave ictus cambia radicalmente la vita politica di Bossi. Colpito da una crisi cardiaca che gli provoca paresi, è costretto a ridurre drasticamente la sua attività. Lascia il governo, approda al Parlamento europeo e tornerà brevemente nell’esecutivo nel 2008.

Negli anni successivi, scandali finanziari interni al partito indeboliscono la sua leadership. Il 5 aprile 2012, tra polemiche e tensioni, Bossi lascia la guida della Lega, aprendo la strada a una nuova fase sotto Matteo Salvini. Nonostante il ridimensionamento, resta per anni un punto di riferimento simbolico per la base storica del movimento.

Il cordoglio della politica

Alla notizia della scomparsa, unanime il cordoglio del mondo politico. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato Bossi come “protagonista di una lunga stagione politica” e “sincero democratico”.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sottolineato il ruolo decisivo nella costruzione del centrodestra, mentre Salvini ha parlato di una comunità “profondamente scossa”.

Parole di riconoscimento anche da Antonio Tajani, che lo ha definito “protagonista del cambiamento”, e da esponenti di tutto l’arco parlamentare, da Pierluigi Bersani a Pier Ferdinando Casini, fino ad Angelo Bonelli.

Particolarmente sentito il ricordo di Luca Zaia, che ha attribuito a Bossi la diffusione di una “coscienza federalista” in Italia, e quello di Roberto Calderoli, che lo ha definito “un secondo padre”.

Un’eredità controversa ma decisiva

Figura ruvida e carismatica, spesso divisiva, Bossi lascia un’eredità politica che continua a influenzare il dibattito istituzionale italiano. Il tema dell’autonomia, oggi al centro dell’agenda politica, affonda le sue radici proprio nelle battaglie del “Senatùr”.

Con la sua scomparsa si chiude una stagione: quella dei leader fondatori della Seconda Repubblica, capaci di interpretare – e spesso anticipare – le trasformazioni profonde del Paese.

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