3 Ottobre 2026, sabato
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Saluti romani al corteo Ramelli: tredici condanne, “non memoria ma rischio eversivo”

La Corte d’Appello di Milano conferma le pene per i militanti di estrema destra: “Rituali e simbologie evocano il fascismo e possono alimentarne la ricostituzione”

Non una semplice commemorazione, ma una manifestazione capace di evocare, riprodurre e potenzialmente rilanciare simboli e valori del fascismo. È su questa linea interpretativa, netta e argomentata, che la Corte d’Appello di Milano ha confermato la condanna a quattro mesi di reclusione per tredici militanti di estrema destra, protagonisti dei saluti romani durante il corteo del 29 aprile 2018 in memoria di Sergio Ramelli.

Nelle motivazioni – venticinque pagine dense di riferimenti giuridici e valutazioni sul contesto – i giudici delineano un quadro che va ben oltre il gesto isolato. La manifestazione, si legge, si caratterizza per una “formazione numerosa e compatta”, organizzata secondo schemi che richiamano una “struttura militare”, con rituali codificati come il saluto romano e la cosiddetta “chiamata del presente”. Elementi che, combinati tra loro, assumono una forza simbolica tale da trasformare l’evento in qualcosa di più di un ricordo collettivo.

Secondo la Corte, si tratta di una “celebrazione” che non solo richiama esplicitamente i valori del partito fascista, ma è anche “in grado di realizzare il pericolo di una sua ricostituzione”. Un rischio che, nella valutazione dei magistrati, non resta confinato all’interno del gruppo partecipante: la “forza suggestiva” di questi rituali può infatti “impressionare l’esterno”, favorendo dinamiche di emulazione e contribuendo a diffondere “idee e concezioni ripudiate” dall’ordinamento costituzionale.

Determinante, nel ragionamento della Corte, è il richiamo alla recente pronuncia della Cassazione a Sezioni Unite del 2024, che ha chiarito come il contesto e le modalità delle manifestazioni siano elementi centrali per valutarne la rilevanza penale. In questa prospettiva, l’intento dichiaratamente commemorativo non è sufficiente a escludere la punibilità delle condotte. Anzi, può coesistere con una dimensione simbolica e politica ben più ampia e significativa.

È proprio questo “potere evocativo” – sottolineano i giudici – a rendere penalmente rilevanti i fatti contestati. Quando si manifesta attraverso precise caratteristiche, come l’organizzazione paramilitare, la partecipazione collettiva e l’uso sistematico di simboli e gesti del regime, esso configura un “pericolo concreto” di ricostituzione del partito fascista.

Nel caso specifico, tali elementi risultano pienamente integrati. La manifestazione, osserva la Corte, appare “immediatamente evocativa del regime fascista”, con richiami espliciti non solo al Ventennio ma anche alla Repubblica Sociale Italiana. Un contesto che, per i giudici, non lascia spazio a interpretazioni riduttive o giustificazioni legate alla sola memoria storica.

La sentenza si inserisce così in un solco giurisprudenziale sempre più definito, che mira a tracciare un confine chiaro tra libertà di espressione e tutela dell’ordine costituzionale, ribadendo come determinati simboli, se utilizzati in contesti organizzati e strutturati, possano trasformarsi da memoria a messaggio politico attivo. E, in quanto tale, perseguibile.

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