Il conflitto mediorientale torna a scuotere la diplomazia internazionale e ad aprire nuove fratture tra Europa, Stati Uniti e Iran. Al centro delle tensioni c’è il Libano, sempre più travolto dall’escalation militare, mentre sullo sfondo si allarga il fronte del confronto strategico nello Stretto di Hormuz, uno dei nodi cruciali per gli equilibri energetici globali.
A lanciare l’allarme più duro è stato il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, che a margine del Consiglio Affari Esteri dell’Unione europea ha denunciato con parole senza mezzi termini la situazione sul terreno.
«Quanto sta accadendo in Libano è una vergogna», ha dichiarato il capo della diplomazia di Madrid. Secondo Albares, la crisi umanitaria sta raggiungendo proporzioni allarmanti: centinaia di migliaia di civili sono stati costretti a lasciare le proprie case, mentre si moltiplicano le accuse di violazioni del diritto internazionale e della sovranità del Paese.
Il ministro ha parlato apertamente del rischio di un’ulteriore escalation militare, con la possibilità di un’invasione di terra e attacchi che coinvolgerebbero persino contingenti della missione di pace delle Nazioni Unite. «L’Europa deve dare un segnale chiaro», ha insistito Albares, chiedendo che Bruxelles mantenga una linea coerente nei diversi scenari di crisi.
Il riferimento è al doppio standard che, secondo molti osservatori, rischia di emergere tra il sostegno all’Ucraina e la gestione del conflitto in Medio Oriente. «Dobbiamo difendere gli stessi valori quando si tratta dei civili ucraini o dei civili libanesi», ha affermato il ministro spagnolo, ribadendo che l’Europa deve restare «un baluardo del diritto internazionale».
Lo scontro verbale tra Teheran e Washington
Nel frattempo, il confronto si sposta anche sul piano geopolitico. Da Teheran arriva una dura accusa contro Stati Uniti e Israele. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha sostenuto che Washington si troverebbe oggi in difficoltà nel tentativo di garantire la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico.
Secondo il capo della diplomazia iraniana, Stati Uniti e Israele avrebbero avviato il conflitto chiedendo a Teheran una «resa incondizionata», salvo poi trovarsi costretti a cercare sostegno internazionale per mantenere aperto lo strategico passaggio marittimo dello Stretto di Hormuz.
Araghchi ha evocato il precedente della cosiddetta “guerra dei dodici giorni” dell’anno scorso, sostenendo che lo schema si starebbe ripetendo. «All’inizio del conflitto chiedono una resa totale, ma dopo pochi giorni sono loro a chiedere un cessate il fuoco senza condizioni», ha dichiarato, accusando gli avversari di aver ora mobilitato «tutte le loro forze» per raggiungere quell’obiettivo.
A suo dire, dopo circa due settimane di guerra, gli Stati Uniti starebbero addirittura chiedendo assistenza a Paesi che fino a poco tempo fa consideravano ostili, pur di garantire il passaggio delle petroliere nello stretto, uno snodo da cui transita una quota significativa del petrolio mondiale.
Berlino frena sulla Nato
Nel quadro di crescente tensione, anche il ruolo della Nato resta oggetto di discussione. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ventilato la possibilità di un coinvolgimento dell’Alleanza Atlantica nelle operazioni legate alla crisi con l’Iran, avvertendo che il mancato sostegno potrebbe avere «conseguenze molto negative» per il futuro della stessa organizzazione.
Ma da Berlino arriva una risposta prudente. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha escluso che al momento vi sia una decisione formale dell’Alleanza.
«Non mi risulta che la Nato abbia preso una decisione o che possa assumersi una responsabilità diretta sullo Stretto di Hormuz», ha spiegato Wadephul all’arrivo al Consiglio europeo dei ministri degli Esteri. «Se fosse così, la questione verrebbe affrontata dagli organi dell’Alleanza».
Un equilibrio sempre più fragile
Le dichiarazioni dei diversi protagonisti restituiscono l’immagine di uno scenario internazionale estremamente volatile. Da un lato l’Europa prova a ritagliarsi un ruolo di garante del diritto internazionale e della tutela dei civili; dall’altro lo scontro tra Washington e Teheran continua ad alimentare una spirale di accuse reciproche.
In mezzo resta il Libano, teatro di una crisi umanitaria e militare che rischia di trasformarsi nell’ennesimo epicentro di instabilità per un Medio Oriente già segnato da conflitti sovrapposti e interessi strategici globali.
