Si è spento a 94 anni Bruno Contrada, figura tanto centrale quanto controversa nella storia della lotta alla mafia e nei rapporti tra apparati dello Stato e criminalità organizzata. Ex dirigente della Squadra Mobile di Palermo e già numero tre del Sisde – il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica, attivo dal 1977 al 2007 – Contrada fu protagonista, per decenni, di una delle vicende giudiziarie più discusse della Repubblica.
Il suo nome resta legato indissolubilmente agli anni più drammatici della guerra di mafia in Sicilia, quando Cosa nostra sfidava apertamente lo Stato tra omicidi eccellenti, attentati e stragi. Ma anche alla lunga e tormentata battaglia processuale che lo vide imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, in un percorso giudiziario segnato da condanne, assoluzioni, ricorsi e pronunce internazionali.
Dalla Squadra Mobile ai servizi segreti
Originario di Palermo, Contrada entrò giovanissimo nella Polizia di Stato. Negli anni Settanta e Ottanta costruì la propria carriera nei ranghi investigativi più delicati dell’isola. Alla Squadra Mobile di Palermo arrivò fino alla guida della struttura, in un periodo in cui la città era uno dei fronti più caldi della lotta a Cosa nostra.
Successivamente assunse la direzione della sezione siciliana della Criminalpol, l’organismo investigativo che coordinava le indagini su scala nazionale contro la criminalità organizzata. Negli anni Ottanta approdò quindi al Sisde, il servizio segreto civile italiano, dove scalò rapidamente i vertici fino a diventare il numero tre dell’organizzazione.
Proprio questa traiettoria, a cavallo tra attività investigative e intelligence, lo rese una figura chiave negli equilibri istituzionali dell’epoca. Ma fu anche il punto di partenza delle accuse che, anni dopo, lo avrebbero trascinato in tribunale.
L’arresto nel 1992 e il processo
Il 24 dicembre 1992, alla vigilia di Natale e pochi mesi dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio che avevano sconvolto il Paese, Bruno Contrada venne arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Secondo l’impianto accusatorio, tra il 1979 e il 1988 avrebbe favorito esponenti di Cosa nostra sfruttando il proprio ruolo nelle istituzioni. L’inchiesta e il successivo processo divisero profondamente l’opinione pubblica e gli ambienti giudiziari: per alcuni era il simbolo delle ambiguità nei rapporti tra Stato e mafia, per altri una vittima di accuse infondate.
Il primo verdetto arrivò il 5 aprile 1996: il tribunale lo condannò a dieci anni di reclusione. Ma il caso giudiziario era tutt’altro che concluso.
Condanne, assoluzioni e ricorsi
Il 4 maggio 2001 la Corte d’appello ribaltò completamente la sentenza di primo grado, pronunciando l’assoluzione di Contrada. La vicenda, però, tornò nuovamente in discussione quando la Corte di Cassazione annullò quella decisione rinviando gli atti alla Corte d’appello di Palermo.
Nel 2006, dopo una camera di consiglio durata oltre trentuno ore, arrivò una nuova condanna a dieci anni di carcere. L’anno successivo la Cassazione confermò definitivamente la sentenza.
Contrada trascorse quindi un periodo in carcere, seguito dagli arresti domiciliari. La pena si concluse nell’ottobre del 2012, ma la sua battaglia giudiziaria non si fermò lì.
Il ricorso alla Corte europea
Negli anni successivi l’ex dirigente del Sisde avviò una lunga offensiva legale per ottenere la revisione della condanna, rivolgendosi anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.
Nel febbraio 2014 arrivò una prima decisione significativa: l’Italia fu condannata perché Contrada non avrebbe dovuto restare in carcere nel momento in cui aveva chiesto i domiciliari per motivi di salute. In seguito la Corte stabilì anche che la sua condanna per concorso esterno in associazione mafiosa non poteva essere applicata ai fatti contestati – avvenuti tra il 1979 e il 1988 – perché, secondo i giudici europei, il reato all’epoca non era “sufficientemente chiaro e prevedibile”.
Le pronunce europee riaprirono il dibattito giuridico e politico sul caso.
La battaglia per l’onore
Negli ultimi anni della sua vita Contrada ha continuato a difendere pubblicamente la propria innocenza. Più volte ha ribadito di aver combattuto per “salvaguardare l’onore di un uomo delle istituzioni”.
«Voglio l’onore che mi hanno tolto, non ho perso fiducia nello Stato», ripeteva spesso, spiegando la scelta di continuare a ricorrere nei tribunali.
Dopo un ulteriore contenzioso, la prima sezione della Corte d’appello di Palermo accolse la sua richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, riducendo però l’entità dell’indennizzo rispetto a quanto inizialmente stabilito. La decisione è stata poi confermata dalla Cassazione nel 2023.
Una figura che divide
La morte di Bruno Contrada chiude una pagina complessa della storia giudiziaria italiana. Per alcuni resterà l’emblema delle zone grigie nei rapporti tra Stato e mafia; per altri un funzionario che ha pagato un prezzo altissimo per accuse ingiuste.
Di certo la sua vicenda – tra apparati di sicurezza, processi interminabili e decisioni della giustizia europea – rimane uno dei casi più controversi e simbolici nella storia della lotta a Cosa nostra.
