Il fronte mediorientale si muove su una linea sempre più sottile tra guerra aperta e pressione strategica. Dallo Stretto di Hormuz ai cieli dell’Iran, passando per Israele e il Libano, le ultime ore hanno segnato una nuova escalation diplomatica e militare che coinvolge direttamente le grandi potenze e rischia di scuotere gli equilibri energetici globali.
Teheran nega le mine nello Stretto di Hormuz
Teheran respinge con fermezza le accuse secondo cui avrebbe minato lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.
A smentire le ricostruzioni diffuse da Washington è stato il viceministro degli Esteri iraniano Majid Takht-Ravanchi, che in un’intervista all’agenzia Afp ha definito «assolutamente false» le notizie sulla posa di mine nelle acque del Golfo.
La replica arriva dopo le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, secondo cui le forze americane avrebbero neutralizzato 28 imbarcazioni iraniane utilizzate per operazioni di minamento nello stretto. Una versione che Teheran respinge integralmente, mentre continua il braccio di ferro strategico su uno dei punti più sensibili del commercio energetico mondiale.
Il nodo resta proprio lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano che rappresenta una vera e propria arteria dell’economia globale. L’eventuale blocco del passaggio potrebbe provocare uno shock immediato sui mercati petroliferi.
La linea dura dei falchi iraniani
Nel frattempo, all’interno dell’establishment iraniano cresce la pressione per una risposta più radicale. Secondo media regionali, Mojtaba Khamenei, figura influente e figlio della Guida Suprema Ali Khamenei, avrebbe sostenuto che lo stretto «deve rimanere chiuso», posizione che alimenta i timori di un’escalation navale.
Una chiusura prolungata dello stretto rappresenterebbe una delle mosse più dirompenti nel confronto tra Iran e Stati Uniti, con conseguenze dirette sull’economia globale e sulle rotte energetiche.
Esplosione nell’impianto nucleare di Fordow
Ad aggravare il clima di tensione sono anche le notizie provenienti dall’interno dell’Iran. Diversi media hanno riferito di una forte esplosione registrata presso l’impianto nucleare di Impianto nucleare di Fordow, una delle strutture più sensibili del programma atomico iraniano, costruita in profondità sotto una montagna proprio per resistere ad attacchi militari.
Al momento non sono arrivati dettagli ufficiali sulle cause dell’esplosione né sulle eventuali conseguenze per l’infrastruttura nucleare. Tuttavia, la notizia si inserisce in un contesto di crescente conflitto ombra fatto di cyberattacchi, sabotaggi e operazioni clandestine che negli ultimi anni hanno preso di mira i siti atomici iraniani.
Washington studia misure d’emergenza sul petrolio
Sul fronte economico, la Casa Bianca sta valutando strumenti straordinari per contenere l’impennata dei prezzi dell’energia provocata dal conflitto.
Secondo Bloomberg, il presidente Donald Trump starebbe considerando la sospensione del Jones Act, la storica legge del 1920 che obbliga il trasporto marittimo interno negli Stati Uniti a utilizzare esclusivamente navi costruite nel Paese, di proprietà americana e con equipaggio statunitense.
La norma è stata per oltre un secolo uno dei pilastri della politica marittima americana, concepita per proteggere l’industria navale nazionale e garantire l’autonomia strategica nei trasporti. Una sua sospensione temporanea permetterebbe però di ridurre i costi logistici e facilitare il trasferimento del petrolio all’interno del territorio statunitense, contribuendo a frenare la corsa dei prezzi.
Hezbollah: «Pronti a una lunga guerra»
Il clima resta incandescente anche lungo l’asse libanese. Il movimento sciita Hezbollah ha dichiarato di essere entrato in «una nuova fase» dello scontro con Israele, affermando di prepararsi a un conflitto prolungato.
Le parole del gruppo filo-iraniano alimentano i timori di un ampliamento regionale del conflitto, con il Libano meridionale che potrebbe trasformarsi in un secondo fronte militare.
Accoltellamento vicino Tel Aviv
Nel frattempo, la tensione si riflette anche sul piano della sicurezza interna israeliana. A Ramat Gan, nell’area metropolitana di Tel Aviv, è stato accoltellato il presidente del consiglio religioso locale e membro del partito ultraortodosso Shas, Gedaliyahu Ben Shimon, 47 anni.
L’uomo è stato ricoverato in gravi condizioni. La polizia ha arrestato un sospetto, un ventenne proveniente dal villaggio arabo di Jat, e sta valutando se l’episodio abbia matrice terroristica.
Un equilibrio sempre più fragile
Tra accuse incrociate, minacce militari e incidenti sul terreno, il Medio Oriente attraversa una delle fasi più delicate degli ultimi anni.
Il destino dello Stretto di Hormuz, le tensioni sul programma nucleare iraniano e il rischio di un allargamento del conflitto rendono la situazione estremamente volatile. E mentre le potenze mondiali cercano di evitare il collasso degli equilibri energetici, la regione resta sospesa sull’orlo di una crisi che potrebbe ridisegnare gli assetti geopolitici globali.
