La guerra in Medio Oriente entra nel suo dodicesimo giorno e si allarga in modo sempre più pericoloso, coinvolgendo nuove aree del Golfo e aprendo persino un fronte inedito: quello economico e tecnologico. L’Iran rivendica attacchi su larga scala contro obiettivi statunitensi e israeliani, mentre l’allarme si estende alle rotte commerciali e ai mercati energetici globali.
Secondo quanto riportato dall’agenzia Afp citando media statali iraniani, Teheran avrebbe lanciato missili contro la base militare statunitense di Erbil, nel Kurdistan iracheno, e contro la base della Quinta Flotta della Marina americana in Bahrein, uno dei principali presidi strategici di Washington nel Golfo Persico.
La tensione ha coinvolto anche l’Arabia Saudita. Le difese aeree di Riad hanno intercettato e distrutto sei missili iraniani diretti verso la base aerea di Prince Sultan, importante installazione militare utilizzata anche dalle forze statunitensi. In Israele, invece, la notte è stata segnata da esplosioni e allarmi: a Tel Aviv migliaia di persone hanno cercato riparo nei rifugi antiaerei mentre il sistema di difesa veniva attivato per contrastare possibili attacchi.
Il mistero sulle condizioni di Mojtaba Khamenei
Sul piano politico e simbolico, a tenere banco sono anche le condizioni della nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, succeduto al defunto ayatollah Ali Khamenei. Da Teheran fanno sapere che il leader è vivo e “sano e salvo”, nonostante le ferite riportate durante i primi bombardamenti statunitensi e israeliani.
A confermarlo è stato il figlio del presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian. Tuttavia, secondo quanto riferito dal New York Times citando funzionari iraniani, il 56enne leader avrebbe effettivamente riportato ferite, in particolare alle gambe, nel giorno dell’inizio delle operazioni militari. Negli ultimi due giorni alcune figure di alto livello del governo avrebbero confermato che Khamenei è vigile ma costretto a restare in un luogo altamente protetto, con comunicazioni limitate verso l’esterno.
Navi nel mirino nello Stretto di Hormuz
Nel frattempo cresce la preoccupazione per la sicurezza della navigazione nel Golfo Persico, arteria fondamentale per il commercio mondiale di petrolio.
Il centro United Kingdom Maritime Trade Operations ha segnalato che una nave portacontainer è stata colpita da un proiettile non identificato a breve distanza dagli Emirati Arabi Uniti. Non si registrano feriti tra l’equipaggio né danni ambientali, ma l’episodio conferma quanto lo Stretto di Hormuz stia diventando uno dei punti più sensibili del conflitto.
Un incidente simile era stato segnalato anche nelle ore precedenti, alimentando il timore che la guerra possa trasformarsi in una minaccia diretta per il traffico marittimo internazionale e per l’approvvigionamento energetico globale.
Teheran amplia la lista dei bersagli
Ma la novità più inquietante riguarda la strategia iraniana. Le Guardie della rivoluzione hanno annunciato che tra i nuovi obiettivi non figurano più soltanto basi militari statunitensi o infrastrutture energetiche del Golfo.
Secondo l’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, Teheran starebbe valutando attacchi contro sedi e infrastrutture di alcune delle più grandi aziende tecnologiche americane: Google, Microsoft, Palantir, IBM, Nvidia e Oracle, in particolare quelle legate ai servizi cloud.
Il quartier generale delle forze armate iraniane ha accusato Stati Uniti e Israele di aver colpito una banca sul territorio iraniano, definendo l’azione una “violazione delle regole di guerra”. Proprio questo, secondo Teheran, avrebbe aperto la strada a una nuova fase di rappresaglie economiche.
“Il nemico ci ha lasciato le mani libere per colpire i centri economici e le banche appartenenti al regime sionista e agli Stati Uniti nella regione”, hanno dichiarato i vertici militari iraniani. “Gli americani si aspettino contromisure dolorose”. Contestualmente è stato lanciato un avvertimento alla popolazione civile: evitare di avvicinarsi entro un raggio di un chilometro dalle sedi bancarie.
Sanchez: “Stop al veto nel Consiglio di sicurezza”
La crisi sta già alimentando un dibattito sulla governance internazionale. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha invocato una riforma delle Nazioni Unite, chiedendo la fine del diritto di veto nel Consiglio di sicurezza.
Intervistato dal quotidiano El Diario, Sánchez ha sostenuto che l’attuale sistema non riflette più gli equilibri del mondo contemporaneo. “I Paesi occidentali devono fare un passo indietro e permettere al sistema internazionale di diventare più rappresentativo”, ha dichiarato.
Il premier spagnolo ha puntato il dito contro le grandi potenze: “Due dei membri permanenti sono Stati Uniti e Russia, potenze che oggi stanno generando molta instabilità globale. Se vogliamo davvero riformare il sistema internazionale dobbiamo includere nuove realtà come l’India o grandi Paesi africani”.
Il conto della guerra per l’Europa
Nel frattempo l’Europa comincia già a fare i conti con l’impatto economico della guerra. Davanti al Parlamento europeo, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha spiegato che il conflitto sta avendo effetti immediati sui mercati energetici.
“I prezzi del gas sono aumentati del 50% e quelli del petrolio del 27% dall’inizio delle ostilità”, ha dichiarato. Un incremento che si traduce direttamente in un aggravio per i cittadini europei.
“Dieci giorni di guerra sono già costati ai contribuenti dell’Unione tre miliardi di euro in più per l’importazione di combustibili fossili”, ha sottolineato. “Questo è il prezzo della nostra dipendenza energetica”.
Mentre il conflitto continua ad allargarsi tra attacchi missilistici, minacce economiche e tensioni sulle rotte commerciali, il rischio sempre più concreto è che la guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti smetta di essere un conflitto regionale per trasformarsi in una crisi globale.
