16 Agosto 2026, domenica
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Delitto Ruoso, crolla il fedelissimo: «L’ho ucciso io»

Confessa Loriano Bedin, per oltre quarant’anni collaboratore del patron di TelePordenone. Decisive le immagini di videosorveglianza. Gli inquirenti: possibile movente economico, esclusa la presenza di complici.

Un rapporto professionale lungo più di quattro decenni, una fedeltà apparentemente granitica, poi la frattura improvvisa che si trasforma in sangue. Si chiude con una confessione l’inchiesta sull’omicidio di Mario Ruoso, 87 anni, storico patron di TelePordenone.

«Sì, sono stato io». Con queste parole Loriano Bedin, 67 anni, ha ammesso davanti agli investigatori di aver ucciso l’imprenditore per il quale aveva lavorato fin dai primi anni Ottanta. La confessione è arrivata dopo il fermo, nella notte, e un lungo interrogatorio in Questura, alla presenza del difensore. Per Bedin è scattata l’accusa di omicidio volontario.

Il crollo del “tuttofare”

Bedin non era un dipendente qualsiasi. Assunto agli albori dell’emittente televisiva, aveva accompagnato Ruoso in tutte le stagioni dell’azienda, fino al 2024, quando TelePordenone aveva cessato le trasmissioni cedendo le frequenze. Anche dopo la chiusura, i rapporti non si erano interrotti: l’ex collaboratore continuava a occuparsi di incombenze e commissioni, diventando di fatto un uomo di fiducia, una presenza costante nella quotidianità dell’anziano imprenditore.

Un legame professionale che, secondo gli inquirenti, potrebbe essersi incrinato negli ultimi tempi. Il movente resta al vaglio, ma non viene esclusa una pista economica.

Le prove e l’arma nel fiume

Determinanti per arrivare a Bedin sarebbero state le immagini delle telecamere di sorveglianza di un’attività commerciale della zona, che avrebbero consentito di ricostruire spostamenti e tempi compatibili con l’aggressione.

L’arma del delitto – una spranga – è stata recuperata dai vigili del fuoco in un corso d’acqua, dove sarebbe stata gettata nel tentativo di farne perdere le tracce.

Il procuratore Pietro Montrone, nel dare notizia dell’arresto, ha chiarito i contorni dell’accusa: «Mario Ruoso è stato ucciso con un corpo contundente alla testa». E ha smentito le voci circolate nelle prime ore su un possibile complice: «C’è un solo soggetto fortemente indiziato del reato».

Il ritrovamento del corpo

A scoprire il cadavere, giovedì mattina, è stato il nipote Alessandro Ruoso. L’87enne era andato a lavorare fino al giorno precedente nella sua concessionaria d’auto. L’assenza improvvisa e il telefono muto avevano allarmato i collaboratori, che avevano contattato il familiare.

«Il portoncino blindato era chiuso e la chiave di riserva non era nel posto convenzionale in cui la lasciamo proprio per situazioni di emergenza», ha raccontato Alessandro Ruoso ai microfoni di Tv12. «Ho provato a forzare la serratura e sono riuscito a entrare: Mario era steso a terra in un lago di sangue».

Secondo una prima ispezione cadaverica eseguita dal medico legale Antonello Cirnelli, la morte risalirebbe a quella stessa mattina. Un’aggressione brutale, consumata tra le mura domestiche, che ha spezzato la vita di un imprenditore conosciuto in città e aperto una ferita profonda nella comunità.

Un delitto che interroga

Resta ora da chiarire cosa abbia trasformato un collaboratore storico in assassino. Gli investigatori stanno ricostruendo i rapporti economici e personali tra i due uomini negli ultimi mesi, alla ricerca di eventuali contrasti o tensioni.

Il caso, che ha scosso Pordenone, lascia dietro di sé l’immagine di un sodalizio professionale finito nel modo più tragico: non un estraneo, non un’ombra sconosciuta, ma una presenza quotidiana, un uomo di casa. Ed è proprio questo dettaglio, forse più della violenza del gesto, a rendere la vicenda ancora più inquietante.

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